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Survivalismo di lusso

«La settimana in cui viaggiai alle Black Hills, in Dakota del Sud, per vedere il luogo dove l’umanità sarebbe teoricamente rinata dopo le tribolazioni future, si faceva un gran parlare di guerra nucleare. Le Nazioni Unite avevano annunciato delle sanzioni contro la Corea del Nord, e la Corea del Nord aveva giurato di intraprendere azioni concrete contro le sanzioni, e l’America, nella figura di un presidente che in quel momento stava trascorrendo le vacanze in uno dei suoi molti, eponimi resort golfistici di lusso, avvisava che se avesse anche solo alzato un dito avrebbe scatenato «fuoco e furia come il mondo non ha mai visto». Secondo The Wall Street Journal, gli analisti stavano provando a prevedere l’effetto sui mercati di una guerra nucleare totale tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord. (A quanto pare la risposta era che si sarebbe notato un appiattimento nella curva di rendimento dovuto a una minore propensione al rischio, ma dal punto di vista finanziario l’Apocalisse nucleare non sarebbe stata la fine del mondo.)

L’Apocalisse era un argomento di tendenza. I meme erano carichi di presagi e regnava una nostalgia pseudoironica per la Guerra Fredda, mista a un reale disagio escatologico. Non c’era momento migliore per visitare un luogo dove aspettare la fine dei tempi. Il mio consumo ossessivo di video prepper aveva ceduto il passo a un panorama più vasto di preparativi apocalittici e a una nicchia redditizia del mercato immobiliare, rivolta a individui facoltosi che cercavano un rifugio per quando si sarebbero ritrovati veramente nella merda fino al collo.

Avevo preso accordi per incontrare Robert Vicino, un impresario di San Diego che di recente aveva acquistato un ampio appezzamento di terreno incolto in Dakota del Sud. Un tempo quella proprietà era stata un deposito militare e un impianto di manutenzione di munizioni, costruito durante la Seconda guerra mondiale per immagazzinare e testare le bombe; comprendeva 575 magazzini di armi smantellate, enormi strutture di acciaio e cemento progettate per resistere a esplosioni fino a mezzo megatone di potenza. Vicino intendeva venderli per venticinquemila dollari l’uno agli americani desiderosi di proteggere se stessi e la propria famiglia da una varietà di possibili eventi definitivi – la guerra nucleare, ovviamente, ma anche l’attacco di forze elettromagnetiche e gigantesche eruzioni solari e l’impatto di asteroidi e pandemie di virus devastanti, e così via. Aveva allestito un negozio sulle Black Hills sperando di attirare qualche cliente tra la miriade di motociclisti che quella settimana andavano in Dakota del Sud per la Sturgis Motorcycle Rally.

Vicino era tra le personalità più note e affermate nel campo dei preparativi al giorno del giudizio, un magnate immobiliare della fine dei tempi. La sua società era specializzata nella costruzione di enormi rifugi sotterranei, dove individui con patrimoni cospicui potevano sopravvivere alla fine del mondo nell’agio e con lo stile di sempre. Il nome della società era Vivos, che sta per vivi in spagnolo. (Come in los vivos – ben diverso, va da sé, da los muertos). La società possedeva diverse strutture sparse negli Stati Uniti, tutte in località isolate, lontane da possibili obiettivi nucleari, linee di faglia e grosse aree urbane dove lo scoppio di epidemie sarebbe stato devastante. Possedeva anche un «rifugio d’élite» in Germania, un ampio bunker per le munizioni risalente al periodo sovietico, costruito nel sostrato roccioso di una montagna in Turingia. La sede ammiraglia di Vivos si trovava sotto i campi di grano in Indiana. Durante la Guerra Fredda era stato un rifugio governativo e ora includeva una lussuosa sala ristorante, un cinema interno, un centro medico dotato di attrezzature chirurgiche e defibrillatori, una cuccia per animali domestici, un vivaio in miniatura per la coltivazione idroponica di frutta e verdura fresca. La costruzione vantava anche l’unica camera di sicurezza privata al mondo per il Dna – descritta da Vicino come «la prossima arca dell’umanità» –, dove i membri potevano conservare il proprio codice genetico, «per preservare e potenzialmente restaurare la razza umana».

La nuova location di Vivos in Dakota del Sud si chiamava xPoint. Ognuno dei bunker, disposti in modo uniforme nei circa trenta chilometri quadrati di prateria, aveva una superficie di 200 metri quadri – molto più grande di casa mia (che, va detto, non è tanto grande). Il luogo avrebbe ospitato, così sosteneva, tra le seimila e le diecimila persone e sarebbe diventato «la più grande comunità survivalista sulla Terra». Era rivolto a una fascia demografica che spaziava dai clienti super ricchi dei rifugi sotterranei di lusso Vivos ai prepper apocalittici che pianificavano di sopravvivere al giorno del giudizio con ardore virile e trucchi da YouTube. In altre parole, il futuro regno della piccola borghesia postapocalittica.

Il luogo, leggevo sul sito, si trovava in «una posizione strategica nel cuore di una delle zone più sicure dell’America del Nord», a un’altitudine di 1150 metri e all’incirca a centocinquanta chilometri dall’obiettivo militare nucleare noto più vicino. «La squadra di sicurezza di Vivos può individuare a cinque chilometri di distanza chiunque si avvicini alla proprietà. Gigantesco. Sicuro. Isolato. Privato. Presidiato. Sganciato dalla rete. Posizione centrale.» (Mi sfuggiva come un posto potesse essere isolato e in posizione centrale, ma ci s’imbatte in dichiarazioni altrettanto esagerate e contraddittorie persino nel più noioso annuncio immobiliare preapocalittico. In ogni caso, se il resto del mondo è morto attacchi nucleari, cannibalismo, parossismi di brutalità varie -, qualsiasi insediamento umano potrà legittimamente definirsi in posizione centrale.)

Vivos offriva più di una semplice fornitura di bunker pronti all’uso, soluzioni apocalittiche chiavi in mano. Offriva la visione di un futuro poststatale. Prendendo un simile progetto per buono, si faceva leva sul sogno febbrile dell’inconscio libertario; un gruppo di individui benestanti e con un’ideologia condivisa riuniti in uno spazio autonomo, blindato contro l’esterno – i poveri, gli affamati, i disperati, gli impreparati – aspettando il momento per ricostruire la civiltà dalle fondamenta». [pp.49-52]

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Mark O’Connell, Appunti da un’Apocalisse, Il Saggiatore, 2021

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Argomento del Corso Atlas di Tecniche e Tecnologie della Decorazione / Biennio / AA 2024-2025