[…] «Una fotografia è definita dalla durata del tempo in cui il medium fotosensibile – la pellicola o il sensore digitale – è esposto alla luce.
Non appena l’otturatore si chiude, quell’istante è un tempo passato. La rapida esposizione dell’otturatore di Daguerre era in netto contrasto con i millenni del tempo geologico, ma rivelava contemporaneamente il nuovo potere umano di salvare specifici istanti.
Presto le esigenze della nuova economia industriale imposero al tempo una seconda trasformazione. Solitamente l’ora era stabilita a livello locale in relazione al sole, e questo implicava che città o villaggi distanti poche centinaia di chilometri usassero riferimenti temporali diversi. Tale differenza non creò particolari problemi sino a quando non si rese necessario calcolare come i treni potessero percorrere lunghe distanze seguendo un orario: fu per questo motivo che venne ideata l’ora “assoluta” che ancora oggi utilizziamo, declinata secondo specifici fusi.
Nel 1840 l’inglese Great Western Railway fu la prima ad applicare l’ora standardizzata. Qualche anno più tardi, il pittore William Turner diede una forma visiva straordinaria a tali cambiamenti nella tela del 1844 Pioggia, vapore e velocità. Il treno corre verso di noi, sebbene il nostro punto di vista sembri sospeso a mezz’aria. Sferragliando sul ponte, esso, nella sua novità, ha mutato la concezione di tempo e velocità per la prima volta dall’addomesticamento del cavallo. Sembra emergere dalla pioggia turbinante come dalla creazione primordiale – soggetto che Turner aveva già trattato in precedenza. Una lepre spaventata (difficile da scorgere nelle riproduzioni) attraversa i binari, simboleggiando le forme ormai superate della velocità naturale. Superata era anche la pittura come forma più avanzata di moderna rappresentazione visiva. Nonostante il talento di Turner, l’esecuzione del dipinto richiese settimane di lavoro. Una fotografia può catturare il cambiamento in pochi secondi.
Solo pochi anni più tardi, nel 1848, William Edward Kilburn realizzò un impressionante dagherrotipo del raduno cartista a Kennington Common, Londra. I cartisti chiedevano una nuova forma di rappresentanza politica che consentisse a tutti gli uomini sopra i ventun anni (non ancora alle donne) di votare e divenire membri del Parlamento, indipendentemente dal censo. Volevano inoltre parlamenti annuali per ridurre la possibilità di corruzione. Il raduno fu indetto per enfatizzare la consegna al Parlamento di una petizione di cinque milioni di firme – stando alle stime dei cartisti – a sostegno di questi obiettivi. Le trasformazioni scatenate dal mondo industriale fecero nascere il desiderio di un nuovo sistema di rappresentanza politica, un soggetto particolarmente adatto al nuovo medium visivo della fotografia.
Noi ora ci troviamo in un altro di questi momenti di trasformazione. Via Internet possiamo vedere eventi in tempo reale da un’ampia gamma di prospettive amatoriali e professionali, su blog, riviste, giornali e social media, attraverso una grande varietà di immagini, fisse e in movimento. La contropartita di questo guadagno in termini di quantità di informazione è che i professionisti di tutto il mondo, grazie al digitale, dispongono di un ambiente di lavoro ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, mentre dagli operai cinesi che producono i dispositivi digitali indispensabili per il nuovo regime lavorativo ci si aspetta che lavorino undici ore al giorno, con aggiunte di straordinari se necessario, e mediamente con un solo giorno libero al mese.
L’ossessione per i time-based media, dalla fotografia nel xix secolo agli odierni onnipresenti dispositivi per produrre immagini fisse e in movimento – in formati a quanto pare sempre più ridotti, come i filmati Vine di sei secondi-, rappresenta il tentativo di catturare il cambiamento stesso.
Nel 2010 l’artista Christian Marclay ha realizzato una straordinaria installazione chiamata The Clock: un montaggio della durata di ventiquattr’ore di spezzoni di film che dicevano o mostravano l’ora in modo tale che l’opera stessa fosse un reale misuratore di tempo. Il fatto che sia stato possibile produrre un immenso montaggio di spezzoni riguardanti il tempo indica di per sé che i moderni media visivi sono time-based. Datiamo un quadro in base all’anno in cui è stato terminato, ma è impossibile determinare il tempo che ci è voluto per dipingerlo. Una fotografia catturava sempre un istante non necessariamente riconoscibile con esattezza. Oggi tutti i media digitali portano impressa una “marca temporale”, contenuta nei loro metadati, anche se quel tempo non compare sull’immagine. Almeno per ora, nel presente in perenne mutazione che contraddistingue gli spazi urbani globali, si ha l’impressione che i time-based media siano usati come modi per registrare e insieme alleviare la nostra ansia relativa al tempo stesso.
In tutta questa accelerazione, dall’introduzione delle ferrovie a Internet, abbiamo bruciato nel giro di due secoli, e soprattutto negli ultimi trentacinque anni, i resti di milioni di anni di materiale organico divenuto combustibile fossile. Questa vaporizzazione di millenni ha portato alla rovina del ritmo sinora infinitamente lento del “tempo profondo”. Quello per cui una volta occorrevano secoli, persino millenni, ora accade nello spazio di una singola vita umana. Con lo scioglimento delle calotte glaciali vengono rilasciati nell’atmosfera gas che si sono ghiacciati centinaia di migliaia di anni fa. Viaggiare nel tempo oggi è semplice come respirare, se non altro a livello molecolare. L’intero sistema planetario, dalle rocce agli strati più alti dell’atmosfera, è stravolto, e tale rimarrà per un tempo più lungo della storia dell’uomo dalle origini a oggi, anche se cessassimo domani ogni emissione.
Dove porterà tutto questo? È troppo presto per dirlo. Quando fu inventata la stampa, dalle prime pubblicazioni nessuno poteva immaginare quanto l’alfabetizzazione di massa avrebbe cambiato il mondo. Negli ultimi due secoli, la capacità di visualizzazione dei generali, che immaginavano come “apparissero” campi di battaglia troppo vasti per esser visti a occhio nudo, si è trasformata nella cultura visuale di centinaia di milioni di persone. È disorientante, anarchico, liberatorio e preoccupante al tempo stesso. I capitoli che seguono suggeriscono come organizzare e comprendere queste trasformazioni del nostro mondo visivo. Vedremo quali fenomeni sono in crescita, quali in calo, e che cosa sia oggetto di forte contestazione. A differenza degli astronauti dell’Apollo, terremo i piedi ben piantati per terra: ma c’è molto di più da vedere di quanto loro avessero immaginato». [pp.20-23]
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Nicholas Mirzoeff, Come vedere il mondo. Un’introduzione alle immagini: dall’autoritratto al selfie, dalle mappe ai film (e altro ancora), Johan & Levi, 2017
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Argomento del Corso Atlas di Tecniche e Tecnologie della Decorazione / Biennio / AA 2024-2025 / Accademia di Belle Arti di Venezia

