È giunto il momento di un bel Mea Culpa.
Perché anche io, volente o nolente, per volere di un Cliente o inconsciamente, probabilmente, almeno agli inizi della mia lunga carriera, l’ho fatto. Per decenni mi sono occupata di progettazione grafica e visual design, in ambito editoriale e pubblicitario e ora, che mi occupo di cose laterali a questa professione, anche se ho ancora a che fare con la progettazione e il visual design, mi permetto, un poco fuori dai denti, questa breve riflessione, sicuramente non esaustiva del problema. Perché, se non riesco a leggere quello che i graphic designer progettano per i miei occhi, non è colpa solo dei miei occhi. Sicuramente stanchi. E vecchi. Andiamo però con ordine.
Queste riflessioni nascono dalla mia recente visita alla Biennale Architettura del 2025, dal titolo Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva, un’edizione che comunica in maniera piuttosto opaca il suo stesso messaggio, a cominciare dall’apparato grafico-allestitivo. Un’edizione dove la densità dei progetti non aiuta a leggerli con la giusta distanza fisica. Il display espositivo delle Corderie dell’Arsenale, più ancora che quello dei Giardini, da l’impressione di un mancato allineamento tra il pensiero teorico di Carlo Ratti ed il modo in cui sceglie di mostrare e raccontare la sua stessa Biennale. Lo sforzo principale è stato leggere l’affastellamento di molti materiali diversi, assiepati in modo a tratti fastidioso. Tanto per spiegarmi meglio, la maggiore densità dei progetti, rappresentati da video, plastici e fotografie non certifica una qualità architettonica e una risposta concreta alla ricerca di soluzioni che possano adattarsi al cambiamento climatico, uno dei punti di discussione principali di questa edizione. Tante le soluzioni infatuate della tecnologia, soluzioni che si affidano a robot e satelliti e che producono spesso progetti scevri di idee perché la tecnologia, se non è mediata dalla creatività, non serve e non risolve niente.
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Dove c’è comunicazione c’è grafica. Come la comunicazione essa è dappertutto.
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L’oggetto di questa riflessione però riguarda l’aspetto grafico della comunicazione di questa Biennale, aspetto che ha influito molto sulle mie capacità visive, e sulla mia pazienza, a cominciare dalla forma dei pannelli descrittivi, dalla dimensione del carattere scelto, dal tipo di font utilizzata (*), come dal loro contrasto cromatico. La relazione tra le caratteristiche del testo e la capacità di lettura individuale è molto complessa; l’esperienza empirica dei professionisti e, soprattutto, quella vissuta delle persone, indica che si può fare molto per migliorare la leggibilità dei testi che consultiamo. Cosa che, a mio parere, in questa circostanza non è stata messa in pratica. Quando si parla di leggibilità ci si riferisce a quella condizione per cui un testo scritto risulta facile da leggere, da decifrare e da comprendere a partire dalla scelta dei termini, dalla sintassi impiegata, fino ad arrivare all’articolazione dei contenuti, mentre la facilità di individuare, riconoscere e decifrare l’intera comunicazione visiva è il compito specifico della leggibilità grafica. Leggere, oltre che un bellissimo verbo, è anche un’azione precisa che interessa in modo diffuso tutte le nostre occupazioni quotidiane, compreso quel numeretto che indica il tempo in cui la pastasciutta cuoce – mannaggia a tutti quei grafici che lo mettono nel posto sbagliato a corpo inadeguato! – e tutte quelle tecnologie quotidiane con le quali abbiamo a che fare, ovvero quella vasta gamma di pulsanti praticamente invisibili, display minuscoli, istruzioni d’uso – manopole del forno comprese – mimetiche e illeggibili (perché tutto quello che serve per usare correttamente il prodotto in questione sporca il design della linea del prodotto stesso ma soprattutto infastidisce l’ego del progettista). La qualità di una progettazione non solo deve soddisfare le esigenze estetiche del committente ma ancor di più quelle funzionali dell’utente. Prendiamo le date di scadenza delle confezioni alimentari come quelle sulle scatole delle medicine. Sono difficili sia da trovare che da leggere. Caro grafico, o graphic designer se ti piace di più, se hai a che fare con tecniche di stampa che non ti consentono una qualità che risponda ai requisiti della leggibilità, per favore, evita almeno tutti quei supporti inadatti, come le superfici zigrinate, le carte super riflettenti o le aree con fastidiose e inutili immagini di sfondo. Stampa la data su un punto della confezione che sia adatto ad accoglierla: le date tracciate per sola impressione, senza uso di inchiostro, sono esteticamente carine ma anche assolutamente sconsigliate. Vogliamo ricordarcelo, per favore, che la grafica non è arte, è un servizio? La capacità di lettura delle persone normovedenti come di quelle ipovedenti è fortemente condizionata dalla dimensione del carattere di stampa. La velocità di lettura, che si misura in parole lette in un minuto, di un normovedente è compresa tra 150 e 200 parole al minuto; un valore ideale è compreso, almeno, tra le 80 e le 100 parole al minuto. E allora, vogliamo ingrandirli un po’ quei caratteri? I caratteri dei pannelli della Biennale affogavano nello spazio bianco (**): è pur vero che gli spazi vuoti sono essenziali per dare equilibrio e armonia e un adeguato spazio vuoto attorno ad un determinato elemento gli dà respiro, lo fa risaltare aumentandone la percezione, però il troppo stoppia. E penalizza la leggibilità di quello che ha vicino. Ergo: dai!, che un poco di quello spazio bianco lo puoi usare per ingrandire quella font. La difficile lettura dei testi di questi pannelli dipendeva non solo dalla dimensione dei caratteri, probabilmente l’aspetto più noto e in certi contesti maggiormente responsabile di tante difficoltà, ma anche dal fatto che il testo su alcuni di questi pannelli era trattato con colori inappropriati, accompagnato da alcuni elementi grafici disturbanti con un contrasto testo/sfondo a tratti discutibile. Blanda la gerarchia visiva della composizione tra i vari elementi del layout (caro grafico, lo sai che le famiglie di caratteri, se ben progettate, hanno gli stili?) (***). L’organizzazione del campo grafico, insomma, non era assolutamente accomodante. Almeno per i miei occhi. Anche perché il problema delle dimensioni del carattere di questi pannelli incontrava anche tutte quelle informazioni che si incontravano l’ambiente stesso: a volte, un testo diventa leggibile se è possibile avvicinarsi adeguatamente. E, soprattutto alle Corderie, questo non era sempre possibile. Se poi molti pannelli sono posizionati in penombra, l’efficacia di una certa combinazione di toni – scelte fighette per mimetizzare il pannello con l’ambiente – produce un risultato leggermente fastidioso. Il contrasto, ovvero la differenza di luminosità tra i caratteri e lo sfondo, di alcuni di questi pannelli informativi mi ha davvero messo di malumore. Il contrasto è uno dei fattori che maggiormente incidono sulla leggibilità di un testo scritto e sul riconoscimento, in contesti diversi, di informazioni basate su segnali visivi. Tutta la comunicazione grafica è fatta di segnali visivi, su questo basilare concetto esiste una vastissima letteratura. In questo caso, la scelta di usare testi poco contrastati non dipendeva da esigenze tecniche o economiche ma da una discutibile ricerca formale. Un testo poco leggibile richiede maggiore sforzo e concentrazione e un tempo più lungo di lettura; e, in una situazione in cui il numero dei pannelli è veramente importante, e i metri da percorrere ancora di più, questo significa stancarsi molto e, alla fine, leggere sempre meno. Sarà per questo che ogni pannello riportava, insieme al testo descrittivo del progetto, anche una sintesi fatta con l’AI. Lo confesso, per sfinimento visivo, alla fine, leggevo solo la sintesi. Pure inutile in certi casi, perché riassumeva il nulla e lo scontato.
Perché, dunque, il graphic designer, il progettista grafico che dir si voglia, si ostina ad essere così egoista e arrogante? Non è forse che, purtroppo, abbiamo sempre più a che fare con professionisti che tanto professionisti non sono? Persone poco preparate che però associano alla loro incompetenza una bella dose di presunzione ed egoismo? A questo punto mi è venuto naturale farmi una domanda: come si può misurare il livello di competenza che ognuno di noi crede di avere in rapporto alla reale competenza necessaria ad affrontare un compito? Una risposta è individuabile nell’effetto Dunning-Kruger (****), una distorsione cognitiva che evidenzia quanto persone in possesso di una conoscenza limitata di una disciplina tendano a sopravvalutare le proprie conoscenze convincendosi di essere esperti. Per essere più precisi, tutte quelle persone che si mostrano eccessivamente sicure delle proprie opinioni, malgrado una mancanza evidente di conoscenza o abilità. Le stesse persone che non essendo esperte in una particolare materia hanno difficoltà (e in taluni casi una vera e propria incapacità) a riconoscere sia i propri limiti che gli errori di valutazione. Insomma, gli improvvisatori. I pistolatori. Quelli che basta comprarsi l’ultimo modello di iMac e attivare un account su Canva o, peggio, saccheggiare strumenti in rete e usarli con un certa leggerezza. Coloro che accendono il computer e non il cervello.
Farsi trascinare da ego e individualismo, al punto da dimenticare che il design è prima di tutto comunicazione efficace, non pura espressione personale è la peggior cosa che possa fare un vero professionista. Ignorare le regole della comunicazione visiva significa non rispettare l’utente, il destinatario finale, la sottoscritta!, confondere invece di chiarire e ottenere un risultato che non serve a nulla e a nessuno e che non si adatta né alle necessità del pubblico né al contesto. Un progetto visivo arrogante rischia di diventare una performance narcisistica anziché una soluzione progettuale. E allora, come possiamo contrastare la presunzione dell’ignorante e affrontare correttamente processi e situazioni? Innanzitutto valutando la solidità della preparazione delle persone, soprattutto quelle che si mostrano molto sicure di sé: affidarsi a incompetenti inconsapevoli può essere molto pericoloso. Privilegiare piuttosto, quei professionisti che, di fronte a una domanda alla quale non sanno rispondere o a una situazione complessa, dicono non lo so oppure al momento non ho una soluzione perché sono quelli che hanno maggiore probabilità di individuare soluzioni e anche perché le persone davvero competenti tendono ad avere una maggiore consapevolezza delle proprie lacune e a mostrarsi meno sicure di sé, persone raramente arroganti e supponenti. Questo tipo di atteggiamenti, purtroppo, finisce per avere un impatto sia sul fronte psicologico che su quello sociale. E per me, l’arroganza è l’arte dei mediocri, che tocca oramai tutti i settori e arriva a raggiungere vette inimmaginabili. L’inquinamento visivo impera sempre più furioso. Se ho scritto queste sintetiche considerazioni è perché detesto l’ignavia. Sia gli arroganti intellettualmente mediocri che gli ignavi, consapevoli o inconsapevoli che siano, collaborano a perpetrare tutto ciò. E non mi riferisco solo ai pannelli della Biennale.
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(*) Sulla questione relativa al genere del temine font l’Accademia della Crusca stabilisce che: È preferibile, in ogni caso, impiegare il maschile font per la terminologia informatica e ripristinare il termine originario femminile fonte per quella tipografica; in questo modo, oltre a mantenere la distinzione semantica connessa ai due ambiti, si renderebbe conto della diversa origine inglese e francese delle due forme.
(**) Lo spazio bianco è un elemento attivo del layout del progetto proprio come il testo, le immagini, gli elementi grafici, il colore; purtroppo è anche uno dei fattori più trascurati nel design. Gli spazi vuoti sono essenziali per dare equilibrio e armonia ad un campo grafico ma riempire ogni singolo spazio disponibile o, peggio, sfruttarlo nel peggiore modo possibile non aiuta la leggibilità della composizione.
(***) Lo stile grafico di una famiglia di font è composto da una serie di varianti; le principali sono il Roman, la versione normale del carattere, la variante Corsivo o Italic, il Grassetto o Bold, il Grassetto corsivo o Bold italic. Più la famiglia è estesa più varianti avrà (Light, Thin, Extra Bold, etc.)
(****) David Dunning e Justin Kruger sono due psicologi sociali che per primi hanno identificato e descritto, nel 1999, l’effetto che porta il loro stesso nome.
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PS: l’immagine in evidenza ospita una foto della sottoscritta a dimostrazione che anche a fotografare certi pannelli non si ha vita facile.

