Ogni volta che immaginiamo qualcosa stiamo anche calcolando quanto il reale ci ha deluso.
«Penso alle cose che uno può possedere e mai perdere. Penso al rimpianto come unico sentimento vero al mondo. Mamma dice che l’immaginazione è il più grande dono di cui l’essere umano dispone. La gente là fuori si innamora, ma il loro amore è una cosa effimera che passa e se ne va. Si arricchiscono, ma la loro ricchezza va al vento in una notte. La gente ammazza nell’illusione di costruire un mondo migliore, ma il mondo non migliora per niente. Nel mondo dell’immaginazione, invece, si può diventare sovrani eterni di ogni cosa. Si può costruire qualsiasi cosa a volontà. Nel mondo dell’immaginazione ogni scelta non elimina altre possibilità. È un mondo senza confini, senza fumo né sangue, senza amarezza. Si può avere tutto in un solo posto. Ci si può anche arricchire o impoverirsi e poi diventare di nuovo ricchi. Si può addirittura morire e poi tornare in vita, morire di nuovo e poi rivivere e così via, fino all’eternità. Mamma dice che la gente là fuori è quando muore che riesce ad accedere al mondo immaginale. Solo allora capiscono che hanno trascorso la vita inseguendo un’enorme illusione.» (*)
Ho scelto questo estratto da Guida per morire con le piante medicinali, romanzo di Atieh Attarzadeh, non per caso. Prima di entrare nel merito del testo, però, vale la pena sapere il contesto di questo, per me, bellissimo passo. Il romanzo racconta di una ragazza cieca che vive isolata a Teheran con la madre, in un seminterrato dove preparano e vendono erbe medicinali tradizionali a un anziano erborista, unico contatto con l’esterno. La cecità della protagonista è legata a un evento misterioso, che ha causato anche la separazione dei genitori, e lei conosce le piante attraverso l’olfatto e il tatto, comprese le loro proprietà letali oltre che curative. È un romanzo gotico costruito su isolamento, memoria e percezione alterata della realtà, dove silenzi e inquietudine si accumulano lentamente, di pagina in pagina. Questa precisazione cambia molto la lettura del passo. L’immaginazione, per questa voce narrante, è l’unico strumento di contatto col mondo che le è rimasto. Il “mondo immaginale senza confini” di cui parla è la condizione di chi non ha altro accesso al reale. Questo rende la sua difesa dell’immaginazione una necessità di sopravvivenza, e la rende, paradossalmente, più commovente e più inquietante insieme perché nasce da una privazione reale, non da una scelta. È una descrizione bellissima di cosa sia l’immaginazione ed è anche la descrizione più precisa che conosco di un lutto mai elaborato. È anche un passo più cupo di quanto sembri a un primo sguardo, perché parla di immaginazione come rifugio dal fallimento del reale e la chiusa, con la madre che dice che si accede al mondo immaginale morendo, è una dichiarazione che la vita vera è un’illusione peggiore di qualunque sogno. C’è una lucidità quasi crudele nel modo in cui Attarzadeh contrappone l’illusione del mondo reale alla “libertà” del mondo immaginale.
L’errore che spesso si fa parlando di immaginazione è trattarla come un’unica facoltà, buona per definizione. Nel brano di Attarzadeh — e in generale nella vita — conviviamo con almeno due tipi di immaginazione, e sono quasi opposti. La prima è l’immaginazione progettuale: è quella che usiamo per decidere se cambiare lavoro, per capire come potrebbe andare una conversazione difficile prima di averla, per costruire qualcosa che prima non c’era sia questo qualcosa un edificio, una relazione o un romanzo. Questa immaginazione ha un tratto scomodo: costa. Ogni scenario che costruisce va poi verificato nel reale e la realtà può smentirlo, deluderlo o, peggio, romperlo. È un’immaginazione che rischia, perché è al servizio dell’azione. La seconda è l’immaginazione compensativa: non serve a costruire qualcosa di nuovo ma a riavere qualcosa che si è perso, senza pagarne il prezzo. È il “e se fosse andata diversamente”, il rivivere una scena cambiandone il finale, il tenere in vita chi non c’è più dentro un dialogo immaginato. È una funzione molto umana, forse necessaria per sopravvivere al lutto, ma è un’immaginazione senza attrito: non deve mai fare i conti con niente. Il mondo descritto da Attarzadeh è di quest’ultimo tipo, portato alle estreme conseguenze: un mondo tutto compensativo, dove “si può avere tutto in un solo posto”, ci si può arricchire e impoverire senza che nulla resti, si può morire e tornare senza che la morte significhi qualcosa. È la logica del sogno a occhi aperti dove nessuna scelta esclude le altre, perché nessuna scelta ha davvero un costo. Per questo non mi sembra onesto leggere questo passo come un elogio della fantasia creativa, è piuttosto la fotografia di cosa succede quando l’immaginazione smette di essere uno strumento per affrontare il reale e diventa un sostituto del reale. In quel momento, l’immaginazione non ci prepara più a vivere, ci offre un modo per non doverlo fare. È un dono che, se lo si abita per sempre, smette di essere un dono e diventa una forma di rinuncia e, nel caso di questa protagonista, una rinuncia a cui è stata in parte costretta, che non ha scelto. Letta in fretta, la frase finale — «la gente là fuori è quando muore che riesce ad accedere al mondo immaginale» — può sembrare un invito: la vita è illusione, la vera libertà è altrove, la morte è la porta. È una lettura che si presta a un fraintendimento pericoloso ed è per questo che vale la pena rallentare perché letto con più attenzione, questo passo è forse il contrario di un invito: è una tragedia. E il punto importante non è che la morte liberi, è che si arriva a capire — troppo tardi — di aver rincorso un’illusione, quando ormai non si può più fare nulla con questa consapevolezza, è il rimpianto di cui parla l’incipit del brano, dove il mondo immaginale è lo specchio che mostra quanto la vita reale, con tutto il suo attrito e le sue perdite vere, fosse l’unica cosa che contava proprio perché, a differenza dell’immaginazione senza confini, costava qualcosa.
Mi chiedo se un mondo senza confini, senza perdita reale, sia più vero o più falso di uno limitato, doloroso, e per questo capace di significare qualcosa. Forse la domanda non è se il mondo immaginale di cui parla l’autrice sia più vero di quello reale. È se un mondo dove nulla si perde davvero possa contenere qualcosa che valga la pena di essere immaginato.
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(*) Atieh Attarzadeh, Guida per morire con le piante medicinali, Polidoro Editore (pag. 118-119)

