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L’emergenza climatica oramai è una realtà quotidiana che non riguarda più un momento indefinito nel tempo.

Nei miei corsi accademici, cambiamento climatico e riscaldamento globale sono temi, oramai, sempre molto presenti. D’altra parte, finché questioni come le cosiddette nozze del secolo di Jeff Bezos e Signora, evento che ha tenuto in ostaggio Venezia, oramai sempre più giocattolo del mondo, fanno muovere ben 96 jet privati, è inevitabile, almeno per me, farmi qualche domanda e incontrare qualche risposta in termini di dati e statistiche.

Oxfam – Oxford Committee for Famine Relief, confederazione internazionale di organizzazioni non profit – ha monitorato, tra il 2023 e il 2024, i due jet privati del signor Amazon rilevando il numero dei giorni che son rimasti in volo: per 25 giorni complessivi hanno emesso tanta CO2 quanto farebbe un dipendente statunitense di Amazon in 207 anni. Nel 2024, le ondate di calore e le piogge torrenziali che hanno interessato milioni di persone in molti luoghi del pianeta, causando il numero più alto di sfollamenti registrato dal 2008; sempre nel 2024, il patrimonio dei pochi miliardari mondiali, una decina, aumentava invece tre volte in più rispetto all’anno precedente. Da ciò è facile dedurre che l’emergenza climatica è anche – e soprattutto – una questione di disuguaglianze, aggravando sempre di più la povertà e ottenendo così perdita di reddito, aumento dei prezzi, carestie, migrazioni forzate, un circolo vizioso che continua a premiare chi devasta e punire chi resiste, azioni che hanno un impatto devastante non solo sul clima ma anche sulla salute e sulla vita dei più vulnerabiliOxfam calcola che l’1 per cento più ricco della popolazione mondiale emette più CO2 del 66 per cento più povero. Emissioni che derivano da uno stile di vita irrazionalmente lussuoso – i jet di Jeff – che inquina circa un milione di volte più del 90% più povero e produce in meno di 100 minuti più emissioni di un normale cittadino nella sua intera vita. Inoltre, le fortune di questi paperoni sono fondate su investimenti in industrie fossili, armamenti, costruzioni e altre attività ad alto impatto emissivo. Se tutti vivessimo come lo 0,1 per cento più ricco, il pianeta avrebbe già superato i +12°C.

In aula, rispetto a questi argomenti sempre più attuali, con i miei studenti, parliamo sempre più spesso di consapevolezza. Usiamo esempi e dati, storie e progetti per leggere questo mondo che sta andando a rotoli, gran parte per colpa nostra.

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Climate stripes – Italia

 

Le climate stripes sono nate a Reading, nel Berkshire, la contea della residenza reale di Windsor, un posto dove giugno può essere considerato un mese fresco, dove la temperatura media, a inizio estate, prevede una massima di 20° e una minima di 10°. Reading è una città in cui, la notte, si apprezza sul letto una copertina, un po’ come a Cembra, capoluogo dell’omonima valle, dove sono nata e dove vive ancora oggi una parte della mia famiglia. Ellie Highwood, nel giugno del 2017, all’Università di Reading insegnava Fisica dell’atmosfera e nel suo tempo libero lavorava all’uncinetto. Pensa allora che una copertina colorata all’uncinetto sia proprio il regalo perfetto per una coppia di ex colleghi neo genitori. Chiedersi che aspetto avrebbe avuto una coperta che mostrasse la variazione della temperatura globale è stato il passaggio successivo: il riscaldamento globale è spesso spiegato con l’immagine dei gas serra che si comportano come una coperta che intrappola le radiazioni infrarosse e mantiene calda la superficie del Pianeta. Sul sito della NOAA, la National Oceanic and Atmospheric Administration, Ellie Highwood incontra un grafico con le anomalie delle temperature globali dal 1880 al 2016 (sia della superficie terrestre che di quella degli oceani); le converte in una scala di 15 colori diversi, dal blu per le temperature più basse del normale, fino a una serie di colori caldi per le temperature più alte. Un’altra scienziata prima di lei, Joan E. Sheldon, aveva fatto un lavoro simile nel 2015 ma è Ed Hawkins che trasformerà la copertina all’uncinetto di Ellie Highwood in un simbolo universale e comprensibile anche a chi ha conoscenze scientifiche minime. Sono nate così le strisce del clima, una sorta di codice a barre che testimonia il cambiamento climatico avvenuto negli ultimi decenni, con tanto di giornata dedicata e relativo hashtag: lo #ShowYourStripeDay si celebra, infatti, ogni 21 giugno. Queste affascinanti immagini dell’andamento delle temperature globali negli ultimi decenni, dalla fine del XIX secolo a oggi, ci raccontano, con un colpo d’occhio, anche elegante, come il Pianeta si stia riscaldando in maniera sempre più veloce e inesorabile. Secondo Copernicus e la NOAA, il 2025 è destinato a surclassare notevolmente il 2024, già annus horribilis: gli 1,5 gradi sopra la media del periodo preindustriale, la prima soglia di contenimento del riscaldamento globale, sono oramai una triste realtà. Il problema non riguarda solo l’aria che respiriamo ma anche la temperatura dei mari, grandi alleanti per l’assorbimento della CO2 e il contenimento delle temperature. Secondo i dati di Copernicus, nel 2024 la temperatura a luglio ha raggiunto livelli record, complice un riscaldamento anomalo dell’Atlantico: un’energia accumulata le cui conseguenze, a livello di eventi meteo estremi, sono oramai impossibili da prevedere. L’altro fronte delicato riguarda i ghiacci: in Antartide, da maggio a novembre, la superficie coperta è stata la più piccola mai misurata. Il riscaldamento globale si è mangiato un’area grande quanto la Francia.

 

 

Anche il progetto Temperature Textiles è una riflessione su questi temi e sul futuro della nostra Biglia Blu. Una collezione, che è soprattutto un manifesto, che incorpora direttamente nell’ordito dei suoi capi i dati registrati sui cambiamenti di temperatura, sull’aumento del livello del mare e sulle emissioni di CO2. Gli ideatori del progetto sono Christoph Brach e Daniera ter Haar dello studio di design olandese Raw color. La collezione è composta da coperte, sciarpe e calzini; le materie prime scelte per questo progetto riducono al minimo gli scarti di produzione. Il progetto è stato realizzato in collaborazione con TextileLab e Knitwearlab per il processo creativo e con KNMI (The Royal Netherlands Meteorological Institute) per le informazioni e i dati.

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La domanda che mi faccio sempre più spesso è se invertire la tendenza, consentirà di contenere e ridurre le emissioni almeno per tutelare il futuro dei miei nipoti. Abbiamo accumulato davvero un debito enorme nei confronti di questo Pianeta.

Le parole, moralmente ricattatorie, di qualche anno fa di Mario Draghi preferite la pace o il condizionatore acceso? sono un dilemma ipocrita che però ci ricorda la nostra dipendenza dai combustibili fossili (l’Italia è importatrice quasi al 100 per cento di gas e petrolio che, ahimè, acquista non solo da Paesi con dubbie democrazie ma anche da quelli implicati in guerre e conflitti. Per stare sul pezzo è doveroso ricordarci che In tempi in cui tutti dovremmo impegnarci a limitare le emissioni di CO2, la sola guerra in Ucraina è responsabile di aver generato emissioni pari a circa 230 milioni di tonnellate di CO2. A queste cifre, non definitive, bisogna aggiungere le future emissioni per la ricostruzione). Insomma, sembrerebbe il classico cane che si mangia la coda (*): per avere il condizionatore acceso, secondo questo assunto, bisogna mettere da parte l’emergenza climatica. Io però la vedo così: è come mettere un cerottino a una ferita di arma da fuoco, con il proiettile che è entrato in profondità e il collasso del sistema e la sua morte successiva sono dolorosamente ineluttabili.

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(*) Espressione per tutti quei casi in cui non vi è una via d’uscita, dove risolto un problema se ne presenta subito un altro, magari conseguenza di quello precedente. Dunque, una situazione in cui si gira in tondo senza una prospettiva di soluzione.