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Maneggiare con cura. Ma che cosa?

Si maneggiano con cura molte cose: materie e materiali, oggetti, soggetti, persone, emozioni, parole, idee. Non a caso ho scritto cose perché per la lingua italiana una cosa è il nome più indeterminato e più comprensivo col quale si indica, in modo generico, tutto quanto esiste, nella realtà o nell’immaginazione, di concreto o di astratto, di materiale o d’ideale. Per cui Maneggiare con cura molte cose significa maneggiare viventi, scarti e avanzi, polvere, soggetti e oggetti. Significa avere a che fare con materie vibranti, attanti, ecologie, ecosofie e geografie.

Per spiegarmi meglio uso le parole di Jane Bennett che, in Materia Vibrante, sposta la nostra attenzione dall’esperienza umana delle cose, alle stesse cose. Il suo discorso apre la teoria politica al riconoscimento della partecipazione attiva delle forze non umane agli eventi e propone il concetto di una materialità vitale che riguarda tutti i corpi, che questi siano umani o non umani. È un testo interessante perché ci fa notare quanto questo, se imparassimo a pensare l’agency, l’agentività, come l’effetto che emerge dalle configurazioni di forze umane con quelle non umane, potrebbe cambiare il nostro rapporto con le politiche mondiali.

Secondo lei, un’agentività che vada oltre l’umano ci permetterebbe di coltivare politiche più responsabili e sostenibili, soprattutto dal punto di vista ecologico: politiche che comprendano la rete di forze alla base di situazioni ed eventi, invece di politiche che usano e sfruttano i nostri sensi di colpa, quelle stesse politiche che ci condannano per quello che facciamo o non facciamo. 

È questa una nuova forma di materialismo, le cui prime tracce si sono viste in Lucrezio, passando per il nostro Spinoza, fino ad arrivare ad Adorno, Deleuze e Guattari, che evidenzia il fatto che siamo e facciamo parte di qualcosa di molto più grande di noi stessi. Il libro di Jane Bennett introduce una nuova teoria materialista e l’idea che tutti noi siamo coinvolti in un mondo materiale, spiegando che quando gli esseri umani agiscono non esercitano solo poteri umani ma esprimono una varietà di altri agenti, nonché di attanti: il termine è di Bruno Latour, un attante è l’entità che dà origine all’azione, sia essa umana o non umana. In questo senso, un attante può fare la differenza, come può produrre effetti e alterare il corso degli eventi: insomma, può fare cose. 

Tutto il discorso di Jane Bennet ruota attorno a una materialità vibrante che scorre accanto e dentro l’umanità. Un esempio interessante, ben presente nel libro, riguarda il nostro rapporto con i rifiuti: se guardassimo la nostra spazzatura non più come un cumulo di rifiuti e, in generale di possibili materiali da riciclare, ma come un mucchio di materia vibrante, per cui viva, e potenzialmente pericolosa, forse anche i nostri modelli di consumo cambierebbero come cambierebbero anche le nostre pratiche alimentari: l’atto di mangiare, il nostro rapporto con il cibo, diventerebbe un incontro tra corpi di natura diversa.

All’inizio racconta come è nato il libro e scrive che è stato suggerito da un dentro e un fuori. Il dentro aveva a anche fare con il modo di guardare gli oggetti ordinari e trovarli interessanti. Il fuori, invece, è stato il caso in cui un giorno si è imbattuta in un tableau involontariamente artistico di oggetti raccolti nel canale di scolo di una strada di Baltimora. Il suo pensiero sull’ecologia politica è stato anche il risultato di anni e anni di lezioni su natura e sulla politica e di come ognuna di queste cose sia complessa e intrecciata all’altra. La ricerca e il pensiero di Bruno Latour ci dicono che sperimentiamo ogni giorno la commistione tra cultura e natura. Noi stessi siamo costituiti da forze, elementi e corpi che non sono del tutto umani, ad esempio i microbiomi nell’intestino, gli oligoelementi, spesso tossici, delle sostanze chimiche industriali che compongono i nostri abiti e via dicendo. Un primo modo per considerare questo incontro con il non umano è sensibilizzare, in alcuni casi lavorare per produrre, l’alfabetizzazione scientifica e culturale della popolazione. In questo senso l’arte sta lavorando meglio di molti sforzi governativi. La vitalità della materia ci ricorda quanto siamo radicalmente legati a forme, forze e processi non umani. Speriamo poi che la consapevolezza di un maggiore senso di dipendenza da ecologie più grandi e più che umane ci spinga a prenderci cura della Terra e, quindi, di noi stessi in maniera migliore, diversa perché di un respiro più ampio e meno antropocentrico, sicuramente più intelligente e sensata.