Nell’immagine che accompagna questa riflessione, spicca una piccola fetta di anguria. Per me, quello non è solo un dettaglio decorativo: è un’anguria educatrice. La fotografia ritrae un braccialetto che mi ha regalato recentemente la mia adorata nipotina di nove anni. Da qualche tempo si diverte a creare collane e bracciali, e questo gioiello fatto da lei è molto più di un semplice ornamento. È un intreccio di significati: l’orgoglio di averlo realizzato con le sue mani, la gioia di donarlo e, soprattutto, amoredizia, un gesto colmo di affetto. In mezzo ai colori, alle perline e alla mia iniziale, ha inserito anche una piccola fetta di anguria.
Quella scelta, apparentemente ingenua, racchiude un importante simbolismo. Almeno per me: i colori dell’anguria – rosso, verde, bianco e nero – sono gli stessi della bandiera palestinese. E proprio l’anguria, da decenni, è diventata un emblema di resistenza per il popolo palestinese. Il Post lo raccontava in un articolo del dicembre 2023: L’anguria è diventata un simbolo della resistenza palestinese negli anni Ottanta, quando l’esposizione della bandiera palestinese era vietata: disegnare un’anguria era un modo per aggirare la censura.
Mia nipote ha inserito quel simbolo senza conoscerne il significato profondo. Eppure, proprio questo gesto mi ha colpito: come se la sua creatività avesse intercettato, inconsapevolmente, un messaggio universale. Chi mi conosce sa che seguo da tempo la questione israelo-palestinese, tanto da includerla spesso nei miei corsi e nelle discussioni in aula, con i miei ricettivi studenti. Negli ultimi mesi, in particolare, il conflitto tra Israele e Hamas ha riacceso il dibattito internazionale, soprattutto dopo i continui bombardamenti sulla Striscia di Gaza. Il supporto online a ciò che accade in Palestina ha ampliato il dibattito su fatti e misfatti della decennale occupazione israeliana.
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Nella Striscia di Gaza, dove una volta alcuni giovani furono arrestati perché trasportavano angurie affettate – mostrando così i colori palestinesi rosso, nero e verde – i soldati stanno a guardare, indifferenti, mentre i cortei marciano sventolando la bandiera un tempo vietata.
John Kifner, New York Times
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Le origini del simbolismo dell’anguria nella cultura palestinese non sono del tutto certe, ma secondo Sascha Crasnow — ricercatrice specializzata in arte palestinese e islamica presso l’Università del Michigan — la sua storia affonda le radici tra il 1967 e il 1993. Ve la riassumo: nel 1967, anno della mia nascita, Israele occupa Gerusalemme Est, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza in seguito alla guerra dei Sei Giorni. In quel contesto, le autorità israeliane iniziano a reprimere l’uso della bandiera palestinese nei territori occupati. Sebbene non formalmente vietata, la sua esposizione viene ostacolata con forza, e il possesso di simboli nazionali, così come il diritto di riunione e di pubblicazione su temi politici, viene severamente limitato. È proprio in quegli anni che, secondo Crasnow, nasce l’uso dell’anguria come simbolo alternativo: i suoi colori rispecchiano quelli della bandiera palestinese. Nel 1993, con la ratifica degli Accordi di Oslo, Israele e Palestina si riconoscono per la prima volta come interlocutori legittimi. In quel contesto, il divieto di esporre la bandiera palestinese viene formalmente revocato, ma il simbolismo dell’anguria ormai ha acquisito una forza propria.
Quello che era un gesto sovversivo è diventato un simbolo più ampio, alla portata di chiunque voglia esprimere solidarietà.
Sascha Crasnow
Per i palestinesi, che non hanno uno Stato riconosciuto ma una nazione, la bandiera è molto più di un emblema: è l’affermazione stessa che la Palestina esiste. In quella terra chiamata Terra Santa, crocevia delle tre grandi religioni monoteiste — ebraismo, cristianesimo e islam — vivono, per me, i figli di un dio minore. Sono coloro che abitano la Striscia di Gaza, costretti da anni a sopportare una crisi umanitaria quotidiana: privati di acqua, cibo, elettricità e sicurezza, bombardati senza tregua, e sottoposti dal 2007 a un assedio che, secondo il diritto internazionale, è considerato illegale. Ma Gaza è, purtroppo, in buona compagnia. Anche la Cisgiordania e Gerusalemme Est sono sotto costante monitoraggio da parte delle Nazioni Unite per le gravi violazioni dei diritti umani e civili. Secondo Amnesty International, le operazioni militari israeliane in questi territori hanno causato migliaia di vittime civili, detenzioni arbitrarie e distruzioni sistematiche di infrastrutture. L’ONU ha più volte denunciato l’uso sproporzionato della forza e l’impunità concessa ai coloni violenti. In questo contesto, i simboli diventano strumenti di resistenza. Se inizialmente la fetta di anguria era un gesto sovversivo, utilizzato per aggirare il divieto di esporre la bandiera palestinese, oggi è diventata un emblema universale di solidarietà. Non è più nascosta: è ostentata con orgoglio da chi sostiene la causa palestinese, da chi crede nel diritto all’autodeterminazione, nella dignità e nella giustizia. Con loro ci sono anche io. Me la porto al braccio, quella fetta di anguria, come un piccolo vessillo di resistenza. Non è solo un frutto: è un messaggio che ci ricorda che la Palestina esiste.
C’è un’altra storia, forse ancora più potente, sicuramente molto significativa per me, che riguarda questo simbolo: quella degli artisti palestinesi che, negli anni Ottanta, si son trovati a fronteggiare il divieto imposto dall’esercito israeliano di utilizzare i colori della bandiera palestinese nelle loro opere. Nel 1980, durante una mostra alla Galleria 79 di Ramallah — uno dei centri culturali più vivaci della resistenza palestinese — gli artisti Nabil Anani, Sliman Mansour e Issam Badr espongono opere che includono la bandiera palestinese. La mostra viene chiusa dalle forze israeliane dopo appena tre ore dall’inaugurazione, perché ritenuta troppo “politica”. Due settimane dopo, i tre artisti vengono convocati dalle autorità israeliane. A Sliman Mansour viene intimato che non solo la bandiera era proibita, ma anche i suoi colori. Quando Issam Badr chiede provocatoriamente se fosse consentito dipingere un’anguria, l’ufficiale gli risponde: anche se dipingi un’anguria, verrà confiscata. Così, paradossalmente, è proprio un ufficiale israeliano a sancire l’anguria come simbolo di resistenza. In quel contesto, fare arte politica significava rischiare la confisca, l’arresto, l’oblio. Ma attenzione, spoiler: l’arte è sempre politica. E in Palestina, questo è ancora più vero. Dopo la Seconda Intifada, l’artista Khaled Hourani riprende quel gesto simbolico. Nel 2007, per il progetto Atlante della Palestina, dipinge una fetta di anguria. Nel 2013, ne isola una stampa e la intitola I colori della bandiera palestinese. Da allora, quell’immagine ha fatto il giro del mondo, diventando un’icona visiva della lotta palestinese, esposta in gallerie internazionali e condivisa sui social come segno di solidarietà. L’anguria, dunque, non è solo un frutto. È una risposta artistica alla censura, un atto di resistenza visiva, un modo per dire che la Palestina esiste anche quando le parole e i simboli vengono messi a tacere.
L’arte come resistenza
In Palestina, gli artisti resistono proprio attraverso l’arte. Le loro pratiche si oppongono a quel colonialismo che, da sempre, utilizza la cancellazione sistematica delle culture indigene come strumento per imporre i propri interessi e la propria narrazione storica. In questo senso, l’arte non è altro che una potente affermazione di vita, che emerge dal grigio delle macerie di un conflitto sempre più assurdo e insensato. Gli attacchi alla cultura palestinese non si limitano al divieto di usare simboli nazionali: riguardano anche la chiusura forzata di spazi artistici, la confisca di opere, gli arresti di artisti e la distruzione di proprietà. Nonostante la sistematica demolizione di musei, università e centri culturali, la comunità artistica di Gaza continua a vivere e a produrre. Le sue opere raccontano, riaffermano l’identità palestinese e documentano criticamente la realtà. È una forma di resistenza alla cancellazione di migliaia di anni di patrimonio culturale, duramente colpito. Decine di centri culturali, musei, siti e manufatti storici sono stati distrutti. I principali spazi d’arte — Eltiqa, Shababeek e il Dipartimento di Belle Arti dell’Università di Al-Aqsa — sono stati rasi al suolo, causando una perdita incalcolabile per la cultura palestinese. A Ramallah, già negli anni ’70, diversi centri d’arte vengono distrutti dall’esercito israeliano: osteggiare e perseguitare gli artisti, demolire gli spazi culturali è una tattica storica per cancellare l’identità e la memoria del popolo palestinese. Durante la Prima Intifada, il movimento artistico New Vision, guidato proprio da Sliman Mansour, aveva promosso il boicottaggio dei prodotti israeliani e l’autosufficienza palestinese. Come chi coltivava ortaggi per non dipendere dalle importazioni e dallo Stato di Israele anche gli artisti avevano deciso di non acquistare vernici e materiali dai negozi israeliani. Mansour inizia a dipingere con fango e paglia; Nabil Anani e Tayseer Barakat usano henné, tinture vegetali e altri materiali naturali. I supporti tradizionali vengono sostituiti da sacchi di farina e scatole provenienti dagli aiuti umanitari. Materiali poveri, seppur di scarto, ma preziosi che raccontano storie di sfollamento, di resistenza, di sopravvivenza. Ogni opera è un atto di memoria, una dichiarazione di esistenza.
Il Palestinian Museum: arte, memoria e resistenza
Il Palestinian Museum (+), situato nei pressi di Ramallah, è un’organizzazione non governativa fondata nel 1997 e registrata in Svizzera, con sede operativa in Palestina. La sua missione è sostenere e preservare la storia, la cultura e l’identità del popolo palestinese, sia a livello locale che internazionale. I suoi obiettivi strategici includono la promozione e la documentazione del patrimonio culturale palestinese — tangibile e intangibile — rendendolo accessibile alle comunità locali e a un pubblico globale. In questo contesto, il museo si propone anche di valorizzare il concetto di sumud (la resistenza) sotto occupazione (++).
Nel 2024, in pieno conflitto, il museo ha inaugurato tre mostre. This is Not an Exhibition è una raccolta, questa mostra fa parte delle esposizioni in corso, di oltre 280 opere di più di 100 artisti di Gaza, provenienti da circa cinquanta collezioni private, università e istituzioni della Cisgiordania. Curata dai collettivi artistici Eltiqa e Shababeek, la mostra è stata concepita come un atto di resistenza, in un momento in cui gli artisti di Gaza hanno perso studi, opere e, spesso, anche la vita. The Disappeared, la personale dell’artista Tayseer Barakat, ospitata nella Glass Gallery del museo, raccontava la perdita, lo smarrimento e la memoria, in un mondo costruito sulle rovine. Women of Gaza era, invece, un archivio di oggetti legati alla dimensione femminile e domestica del patrimonio popolare palestinese, che racconta la vita quotidiana e la forza delle donne in tempo di guerra.
Il Palestinian Museum non è solo uno spazio espositivo: è una piattaforma viva che racconta il ruolo dell’arte e della cultura in tempo di guerra. In un contesto segnato da sfollamenti forzati e distruzione sistematica da parte dell’occupazione israeliana, l’identità artistica di Gaza continua a resistere. Nonostante le risorse sempre più limitate e le condizioni precarie, gli artisti palestinesi continuano a creare, documentare e testimoniare. Sia gli esperti d’arte che gli stessi artisti denunciano quotidianamente il tentativo di cancellare la cultura palestinese, mentre Israele continua a sostenere di colpire esclusivamente obiettivi militari.
This is Not an Exhibition – Questa non è una mostra – è, dunque, un atto di resistenza. La situazione di emergenza che questi territori vivono non permette di organizzare e installare una mostra quando le comunicazioni con gli artisti di Gaza sono quasi impossibili, quando molti di loro hanno perso i propri studi, le proprie opere, se non la propria stessa vita. Quegli stessi artisti dipingono utilizzando sudari funebri come tele. Le cornici dei dipinti sopravvissuti vengono smontate per accendere un fuoco e riscaldare i corpi saturi di freddo, o per preparare cibo e attutire il morso della fame. Sono gli stessi artisti che, come tutti gli altri nella Striscia di Gaza, stanno resistendo all’annientamento in una guerra genocida. Per mesi hanno sofferto la miseria dello sfollamento, della fame e del freddo. Hanno abbandonato le loro case e i loro studi, distrutti o in via di distruzione, e hanno consegnato le loro opere d’arte alle fiamme, ai bombardamenti e alla morte. L’implacabile macchina di uccisioni e distruzione che continua a trasformare il paesaggio urbano e naturale della Striscia di Gaza è un buco nero che divora ogni colore e dettaglio. Mostre come questa ci ricordano lo spirito indomito di una popolazione che, negli ultimi decenni, ha vissuto una guerra dopo l’altra, sempre più brutale, e un assedio oppressivo. Per tutto questo tempo, l’arte a Gaza non è stata solo una testimonianza della durezza della realtà, ma la manifestazione dell’esistenza umana: una sfida continua alla crudeltà dell’occupazione e alla sua disumanizzazione.
L’anguria e l’algospeak: una resistenza digitale
Nel 2021, a seguito di una sentenza di un tribunale israeliano che imponeva alle famiglie palestinesi del quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est di lasciare le loro case per far posto ai coloni, l’anguria torna a essere simbolo di resistenza e identità. Sui social media compaiono foto e video del frutto, accompagnati da hashtag come #SaveSheikhJarrah e #FreePalestine (*). Resistere e raccontare la causa palestinese online, oggi, significa usare il vocabolario dell’algospeak (**), per evitare forme più o meno dichiarate di censura da parte delle piattaforme: dal blocco diretto dei post al più subdolo shadow ban (***).
La domanda che mi faccio — e che dovremmo porci tutti — è se l’utilizzo dell’anguria o di altre forme di algospeak sia davvero efficace, considerando che gli algoritmi non sono mai pubblici ma controllati dai signori del web. È però un dato di fatto: se prendi posizione a favore della causa palestinese, condividendo link a raccolte fondi o semplicemente pubblicando contenuti di sostegno, vieni bannato.
E allora mi chiedo, sempre più spesso, cosa e come fare perché, quando i miei nipoti cresceranno e si guarderanno indietro, sappiano da che parte stavo. L’unica risposta che sono riuscita a darmi è che non dobbiamo tacere. Non dobbiamo fingere che non stia succedendo nulla. Esattamente come non possiamo permetterci di smettere di vivere.
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(*) Nel 2015 l’emoji dell’anguria viene introdotta nelle app di messaggistica; dal 2021, con l’escalation del conflitto tra Israele e Hamas, il suo utilizzo cresce esponenzialmente sui social per aggirare la censura algoritmica. Il filtro TikTok ispirato al frutto, creato da Jourdan Louise, ha raccolto milioni di visualizzazioni, e i proventi sono stati destinati agli aiuti umanitari per Gaza.
(**) Algospeak è una crasi tra “algorithm” e “speak”: un linguaggio alternativo usato per evitare la censura algoritmica. Si ricorre a emoji, numeri, asterischi e assonanze per sostituire parole sensibili. Ad esempio, l’emoji del violino per “violenza”, la pannocchia per “pornografia”, o scritture alternative come Isr43le e Ples+in1ans.
(***) Shadow ban: pratica che limita la visibilità dei contenuti di un utente senza avvisarlo. A differenza di un ban esplicito, l’utente continua a pubblicare, ma i suoi contenuti raggiungono un pubblico molto ridotto.
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(+) Nel 1997, i membri del Consiglio di Amministrazione dell’Associazione Taawon avviarono l’idea di istituire un museo in commemorazione del 50° anniversario della Nakba, per documentare la catastrofe che ha segnato una svolta nella storia moderna della Palestina, in seguito all’espulsione di oltre il 60% della popolazione palestinese dalla Palestina storica. Nel tempo, l’idea si è evoluta: il museo non si limita più a preservare la memoria, ma mira a essere un’istituzione che celebra la cultura palestinese attraverso programmi innovativi e creativi, capaci di far riflettere sul presente e immaginare un futuro migliore.
(++) Sumud è un termine arabo difficile da tradurre. Significa fermezza, perseveranza, resilienza, resistenza. Per i palestinesi è un simbolo nazionale, una strategia politica e un valore culturale. Sumud è continuare a darsi da fare in un’economia stremata dall’assedio. Sumud è volere vivere e non solo sopravvivere.


