Il Livelon non è un semplice tratto di argine lungo il Bacchiglione – il fiume che passa per la mia città di adozione, Vicenza – ma, almeno per me, un lido filosofico dove il tempo scorre a un ritmo diverso, costruito, sì, dall’uomo ma in un ambiente plasmato dal fiume stesso.
A pochi chilometri da Vicenza, il Livelon, per me, è un dialogo tra l’essere umano, io, e tutti i viventi: noi umani, per cui io, camminando sul greto del fiume e sui suoi argini, diventiamo – ci facciamo – paesaggio.
I fiumi mi affascinano da sempre, come da sempre sono la linfa vitale delle nostre società, Bacchiglione compreso: fonte di acqua per l’agricoltura, via di trasporto, motore per l’industria. Abbiamo modellato i corsi dei nostri fiumi con dighe e argini, li abbiamo usati per smaltire i nostri rifiuti, abbiamo estratto la loro energia. Nonostante i nostri tentativi di controllarlo, il fiume ha sempre mantenuto una sua agency, una sua capacità di rispondere, a volte con furia distruttiva, altre con resilienza sorprendente. E, se come me, affascinano anche voi vi consiglio un paio di letture che ci ricordano il profondo valore culturale, spirituale e identitario dei fiumi.
La prima è Uomini e fiumi di Stefano Fenoglio (*), un saggio appassionato e divulgativo che intreccia scienza, esperienza personale e riflessione ambientale. Un racconto discorsivo che, oltre a farti incontrare e conoscere molti corsi d’acqua – italiani e non solo – racconta come i fiumi abbiano plasmato le nostre civiltà e quanto oggi siano minacciati da incuria, sfruttamento e cambiamenti climatici. Fenoglio considera i fiumi che studia organismi relazionali, simili al sistema circolatorio umano: per lui, le loro ramificazioni – affluenti, canali, sorgenti e foci – sono arterie e vene che nutrono non solo il paesaggio ma soprattutto la nostra stessa cultura. Una visione condivisa che richiama una filosofia della natura interconnessa, dove il fiume è al tempo stesso corpo, memoria e coscienza collettiva. L’altro testo, È vivo un fiume?, è di Robert Macfarlane (*); le riflessione già presenti nel saggio di Fenoglio qui vanno ben oltre e generano domande cruciali: se il fiume è vivo, può avere diritti? Può essere considerato persona giuridica? Macfarlane la risposta la individua nella storia di 3 fiumi in particolare: Los Cedros in Ecuador, un fiume che attraversa una foresta nebulosa ad alta quota, tra le più ricche di biodiversità al mondo; Adyar in India, il fiume che attraversa la città di Chennai, gravemente compromesso dall’inquinamento urbano e il Mutehekau Shipu in Canada, fiume che scorre nel territorio Nitassinan, abitato dagli Innu, e difeso dalle comunità locali contro la costruzione di dighe. Se accettiamo che un fiume possa essere vivo, allora dobbiamo anche accettare che possa soffrire, essere violato, avere dei diritti. E questo cambia tutto: il diritto non è più solo umano, ma diventa biocentrico, capace di includere l’acqua, le foreste, le montagne. Questo approccio è perfettamente in linea con alcune correnti filosofiche contemporanee come il materialismo vitale (**), che sfidano la distinzione cartesiana tra mente e materia, spirito e natura. Un esempio interessante è il testo di Jane Bennett: in Materia vibrante la filosofa suggerisce quanto la materia stessa sia “vibrante”, ovvero dotata di una propria agency (***) e della capacità di influenzare il mondo. In Materia vibrante, la materia non è qualcosa di morto, passivo, da usare o manipolare. Al contrario, anche ciò che riteniamo inanimato – come un cavo elettrico, un pezzo di metallo, una pietra – ha una sua forma di vitalità, una sua capacità di agire nel mondo, partecipa, influenza, risponde; non è solo sfondo delle nostre azioni ma parte attiva della rete di relazioni che costituisce il mondo. È guardare il mondo con occhi nuovi, significa riconoscere che siamo immersi in un flusso continuo di interazioni tra corpi, sostanze, energie e che la distinzione tra ciò che è vivo e ciò che non lo è non è poi così netta come pensiamo. Le storie di questi due saggi non sono solo reportage ma meditazioni filosofiche sul concetto di persona naturale, sull’idea che la vita non si esaurisce nella coscienza umana. Il fiume, in questa prospettiva, è un essere relazionale: scorre, connette, trasforma. È tempo, è memoria, è voce. E come tale, merita ascolto. In entrambi i testi, il passaggio non è solo letterario, ma filosofico: da una visione antropocentrica a una prospettiva ecocentrica, in cui il fiume non è più sfondo ma protagonista. Infine, entrambi convergono su un punto: l’arte è uno strumento per restituire voce ai fiumi. Questa convergenza tra scienza, filosofia e arte propone un nuovo punto di vista: il fiume non è solo da proteggere ma anche da ascoltare. Dunque, un interlocutore, non un oggetto. Macfarlane, ad esempio, collabora con artisti che usano materiali naturali per una serie di opere effimere che coinvolgono gli stessi corsi d’acqua: in India e Canada, all’interno del testo, vengono citati progetti che registrano i suoni dei fiumi per restituirli in spazi urbani, come forma di memoria acustica e narrazioni indigene che diventano performance. La filosofia che ne emerge è una forma di pensiero relazionale: il fiume è vivo non perché ha un cuore che batte ma perché è nodo di relazioni, fonte di trasformazioni, spazio di interdipendenza. È dunque un essere che agisce, che modifica, che ricorda. E se è vivo, allora può anche essere ferito, violato, distrutto. Da qui nasce l’urgenza di riconoscergli diritti.
Anche i nostri fiumi, quelli che incontriamo ogni giorno, passeggiando dietro casa o guardandoli dal finestrino del treno, raccontano storie e dialogano con gli artisti. Il progetto Atlante delle Rive – Teatro civile lungo i fiumi d’Italia, è triennale e unisce teatro, territorio e cittadinanza per raccontare la complessità del mondo dell’acqua nel nostro Paese, l’Italia. Non si tratta di spettacoli tradizionali ma di azioni poetiche e politiche che si svolgono direttamente sulle rive: camminate, letture, performance, laboratori. Ogni fiume diventa luogo di narrazione collettiva, dove esperti, artisti e cittadini condividono storie di alluvioni, siccità, lavoro e cura.
L’obiettivo di un progetto come questo non è rendere visibili i problemi ma creare connessioni e generare consapevolezza. Ogni anno il progetto ha un momento elettivo nella Giornata Mondiale dei Fiumi, con eventi diffusi in tutta Italia, dal Brenta al Piave, dal Tevere al Po.
FLUX – Esplorazioni fluviali a Bolzano, invece, è un progetto curato da Lungomare che attiva i paesaggi fluviali di Adige, Talvera e Isarco attraverso interventi artistici, passeggiate interdisciplinari, workshop e pubblicazioni poetiche, un invito alla cittadinanza a riscoprire il fiume come spazio pubblico e relazionale, spesso trascurato. Un progetto interessante perché riflette su tutti quei luoghi di immaginazione politica dove si sperimentano forme di co-progettazione e cura.
A Vicenza, ad esempio, uno dei progetti più recenti e significativi dedicato ai fiumi è Vie d’Acqua, un esempio interessante di teatro ambientale e partecipativo che trasforma il fiume in spazio scenico, narrativo e politico: Sillabario dei Fiumi è un repertorio poetico e civile che dà voce al Bacchiglione, una narrazione corale e un laboratorio teatrale de La Piccionaia, con performance e poetiche teatrali lungo il fiume. Le narrazioni si svolgono in punti strategici come, appunto, il mio Livelon.
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Io sono una pietra. Lo ripeto: una pietra. So che non potete capirmi; dovrei spiegarvi queste quattro parole una per una e a gruppi di due e di tre e poi tutte insieme: cosa voglio dire quando dico io, e quando dico essere, e pietra, e cosa vuol dire essere pietra, e una, una pietra… Forse in questo mondo di pietra non c’è un prima né un poi: il tempo delle pietre è concentrato nel nostro interno dove si addensano le ere. Neanche lo spazio che ci circonda conosce il tempo, per cui possiamo restare sospese lasciando che la forza di gravità si eserciti tra le nostre masse che si fronteggiano immobili. Ma anche noi nella nostra superficie scavata e scheggiata e rotta ci portiamo addosso una storia, tracce di eventi irrevocabili che non si situano in un quando e in un dove.
Italo Calvino
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Ma un fiume non è solo acqua: gli elementi evidenti di un paesaggio fluviale sono molti. Inizierò dai suoi sassi, i suoi ciottoli lisci, levigati, che variano soprattutto in dimensione, meno in forma e colore, soprattutto al Livelon. Ogni sasso di questo fiume, di tutti i fiumi come di tutti i torrenti, immagino io, ha una storia da raccontare e tutti insieme formano un mosaico che cambia con ogni piena. Camminare scalzi su un letto di ciottoli è un’esperienza sensoriale. E io, che sono nata in montagna, da sempre cammino sui sassi; forse è per questo che mi affascinano molto: li raccolgo, sottraendoli – rubandoli – ai vari greti, li ordino, li colleziono. Li studio.

Perché i sassi? Perché sono l’emblema stesso della materia inerte, quella di cui parla Jane Bennett. Eppure, proprio nella sua immobilità, il sasso ha affascinato e ispirato molti artisti e pensatori, perché le pietre, nella loro apparente semplicità, ci invitano a riflettere sui concetti di permanenza, natura, e sulla relazione che ognuno di noi ha con il proprio ambiente. Per parlavi di sassi e arte contemporanea inizierò da un testo recente, Essere pietra. Ecologia di un mondo minerale, di Federico Luisetti, un interessante saggio di ecologia politica. Il concetto centrale del libro è la possibilità di riconoscere al mondo minerale, e in particolare alle pietre, uno status di agenti attivi e non solo di materia inerte da sfruttare. Ancora un riferimento esplicito al testo di Jane Bennett. In Essere pietra l’idea stessa di “persona” come unico soggetto di diritti e di azione viene messa in discussione. Questo non significa umanizzare i sassi ma piuttosto riconoscere in essi una “vitalità” e una storia che va ben oltre la nostra. Le pietre, con la loro formazione geologica e il loro lento erodersi, sono testimoni e attori di un tempo che ci trascende, un “tempo profondo” che supera la nostra percezione lineare e accelerata del mondo. Massi e montagne sono visti come “attori politici”, un concetto che si riferisce al loro ruolo nel modellare gli ecosistemi, nel determinare le risorse e nel resistere alla nostra incessante trasformazione del paesaggio. Essere pietra si muove agilmente tra analisi etnografiche, suggestioni poetiche e riferimenti artistici. Questa fusione di discipline è cruciale per comprendere il testo: per capire veramente il mondo minerale, non basta la scienza, serve – soprattutto – la sensibilità dell’arte e della filosofia. Essere pietra ci interroga sui diritti della natura e sulla necessità di un nuovo modello culturale che possa aiutarci a coesistere in modo più armonioso con gli ecosistemi.
È una bella lettura che ci sfida a rivedere le nostre categorie di pensiero. Come possiamo riconoscere il valore di un oggetto che non “parla” la nostra lingua? Come possiamo superare la nostra arroganza di specie dominante? È un invito a riconsiderare il nostro posto nel mondo non come padroni, ma come parte di una rete molto più vasta e complessa. Il libro si ispira e fa riferimento, anche, ad uno scritto postumo di Italo Calvino, Io sono una pietra, una meditazione che esplora il rapporto tra noi e la materia inorganica, un punto di vista umano diverso, che abbraccia l’esistenza immobile e millenaria di un minerale. La pietra, in questo orizzonte filosofico, non è inerte o priva di vita ma è l’incarnazione di un’esistenza che si sottrae alla frenesia e alla fragilità della vita biologica. Il sasso di Calvino vive in un “tempo profondo”, una scala temporale geologica che rende insignificanti le nostre vite. Il suo esistere non è misurato in anni, ma in eoni, in processi lenti e impercettibili di erosione e trasformazione. Invece di percepire il mondo con i sensi, la pietra è “dentro” il mondo, è il mondo. L’essere pietra è uno stato di quiete assoluta, un invito a cercare la serenità non nel fare, ma nell’essere. Italo Calvino scrive di un mondo abitato da entità con una loro propria “vita” e un loro “tempo” che meritano di essere considerate al di là della loro presunta utilità. Tra le pagine di Essere pietra ho incontrato i massi erratici, sorprendenti grandi blocchi di roccia trasportati dai ghiacciai. Questi sassoni non sono solo fenomeni geologici ma attori politici perché la loro presenza e il loro spostamento hanno modellato il paesaggio e influenzato gli ecosistemi. Un altro riferimento interessante è Forest Law (Foresta giuridica), il progetto collaborativo di Ursula Biemann e Paulo Tavares che esplora la questione dei diritti della natura in Ecuador, in particolare nel contesto delle foreste pluviali amazzoniche e delle comunità indigene. Il progetto si concentra su come le foreste possano essere considerate entità giuridiche con propri diritti, invece di semplici risorse da sfruttare. Attraverso video, ricerche e installazioni, Biemann e Tavares documentano le lotte delle comunità indigene in Ecuador e in altre parti dell’Amazzonia per difendere le loro terre e le loro culture dagli impatti dell’estrazione di risorse naturali, come il petrolio e le miniere. Forest Law evidenzia il ruolo dei tribunali e delle leggi internazionali, così come le forme di conoscenza indigene, nella definizione di un nuovo paradigma giuridico che riconosca il valore intrinseco degli ecosistemi. Il lavoro esplora le intersezioni tra ecologia, giustizia sociale e sistemi legali. Nel testo di Luisetti è citato anche il libro di Eduardo Kohn, Come pensano le foreste dove si riconosce una forma di “pensiero” agli ecosistemi e ai loro componenti, compreso il mondo minerale. Kohn, basandosi sulla sua ricerca sul campo con il popolo Runa dell’Amazzonia ecuadoriana, propone un’antropologia “oltre l’umano”. Il fulcro della sua argomentazione è che il pensiero non è un’esclusiva umana ma una proprietà emergente della vita stessa, che si manifesta attraverso i segni e i processi semiotici che pervadono il mondo naturale. Foreste che “pensano” esse stesse attraverso una complessa rete di relazioni, segni e rappresentazioni. Anche questo testo ci invita a considerare le foreste e tutto ciò che le abita non come semplici sfondi passivi per le nostre attività ma come ecosistemi vibranti e intelligenti, in cui il pensiero si manifesta in modi complessi e interconnessi attraverso la vita stessa.
Le pietre, apparentemente inerti, hanno una storia millenaria che ha affascinato non solo gli artisti, ma anche il design e la letteratura dove il sasso non è quasi mai solo un sasso ma un’entità che comunica un senso di permanenza e di atemporalità. Il progetto editoriale di Bruno Munari, Da lontano era un’isola, si basa sulla raccolta e sulla classificazione dei sassi; è un oggetto da “leggere”, un percorso visivo composto da parole e immagini rigorosamente fotografiche, che invita a un’analisi sensoriale e creativa. A pagina 16 Munari chiede ai lettori se hanno mai provato «a mettere in fila tanti sassi che hanno una riga bianca». Racconta poi di aver fatto l’esperimento in spiaggia insieme ad alcuni bambini, tracciando una lunga riga che “dal bagnasciuga andava fino ai cespugli”. E aggiunge: «Poi ci siamo seduti a vedere la reazione della gente: solo pochissime persone l’hanno notata, alcuni la scavalcavano senza osservarla, altri hanno dato un calcio a qualche sasso, un cane si è fermato ad annusare i sassi. Il giorno dopo era parzialmente distrutta». Munari incoraggia a osservare le striature, le texture, i buchi e le forme irregolari, riconoscendo in ognuno di essi una storia unica. Fa, dunque, una collezione, un catalogo. I suoi sassi, catalogati per le loro peculiarità, sono il promemoria che il design può nascere dalla natura stessa, semplicemente attraverso l’osservazione e la classificazione.

Yamagata-ishi
Anch’io a casa ho molti sassi, li colleziono, li ordino e li spolvero. Li guardo. Molti di loro li espongo. Il termine Suiseki – da sui (acqua) e seki (pietra) – si riferisce all’arte giapponese di esporre le rocce. Un’arte antica che celebra la bellezza delle pietre naturali, una forma d’arte meditativa che insegna a trovare la straordinarietà nel quotidiano. A differenza della scultura, l’artista del Suiseki non scolpisce o modifica la pietra: il suo compito è piuttosto quello di trovarla, riconoscerne il potenziale e presentarla in modo che la sua bellezza naturale possa essere pienamente apprezzata. Nella sua concezione originale, questa forma d’arte si basa su alcuni concetti fondamentali della cultura giapponese:
naturalità: la pietra deve essere completamente naturale, trovata in fiumi, mari o montagne. La sua bellezza risiede nelle linee, nelle forme e nelle texture create unicamente dagli elementi naturali come l’acqua e il vento.
Evocazione: l‘essenza del Suiseki non sta nella pietra in sé, ma nell’immagine che essa evoca nella mente dell’osservatore. Il sasso diventa un “paesaggio in miniatura”, uno strumento per la contemplazione e l’immaginazione.
Minimalismo: le pietre vengono esposte su appositi supporti, spesso un piedistallo di legno intagliato a mano chiamato daiza, o in un vassoio di ceramica con sabbia (suiban). La presentazione è essenziale e minimalista, per non distrarre dalla bellezza della pietra.
Wabi-Sabi: il Suiseki incarna la filosofia del Wabi-Sabi che apprezza la bellezza imperfetta, effimera e modesta della natura. Le crepe, i solchi e i colori sbiaditi di una pietra non sono difetti, ma testimonianze del suo lento processo di invecchiamento e della sua storia.
I sassi vengono classificati in base alla forma che rappresentano:
- pietre di paesaggio (Yamagata-ishi): le più comuni, che assomigliano a montagne, a isole o a un vasto panorama.
- Pietre-cascata (Taki-ishi): hanno una striatura verticale o una linea bianca che evoca una cascata.
- Pietre-oggetto (Keisho-seki): rappresentano figure umane, animali o oggetti, ma senza alcun intervento umano per la loro modellazione.
- Pietre di colore e di struttura (Shikisai-seki): apprezzate per il loro colore e la loro texture, piuttosto che per la forma che rappresentano.
Il Suiseki è un cammino artistico che si attua all’interno di uno spazio, disponendo al meglio – in modo estetico e decorativo – le pietre. La via del Suiseki evidenzia un interesse silente e pacato nei confronti di una pietra ed evidenzia l’essenza e la quintessenza della Natura. Non è, dunque, solo disposizione. È contemplazione. È ascolto. Nel Suiseki, la pietra non è oggetto: è soglia. Essa non si mostra ma si rivela. Non si impone ma attende. Ogni pietra è un frammento di tempo, un’eco di montagna, un respiro di fiume. Chi pratica il Suiseki non cerca di dominare la materia ma di accordarsi al suo ritmo segreto perché la pietra, nella sua immobilità, custodisce il movimento del mondo. Le sue venature, le sue cavità, le sue ombre, sono tracce di un divenire che ha scelto il silenzio come linguaggio. Il Suiseki è dunque un’arte che non crea ma riconosce. Non aggiunge ma toglie. Non impone ma svela. È una forma d’arte affine alla filosofia: entrambe cercano l’essenziale. Entrambe si interrogano sul senso, non sul possesso. Entrambe sanno che la bellezza non è ciò che appare, ma ciò che resta quando tutto il superfluo è stato lasciato andare. Non un’arte che si impone ma che si offre, un invito a rallentare, a osservare, a sentire. Ogni pietra è un piccolo universo, un frammento di infinito. Chi la contempla non cerca risposte ma dimora nella domanda, perché il Suiseki non è una tecnica ma il gesto di chi riconosce che la bellezza non si crea: si scopre. Disponendo la pietra non si costruisce un’opera, ma si traccia una via che conduce non fuori, ma dentro il silenzio della forma e la quiete dell’essere. Il Suiseki ci insegna che anche ciò che è immobile come una pietra può condurre al viaggio. E che l’arte non è quella che mostra ma quella che fa vedere.
A breve, prima di raccontarvi gli altri elementi protagonisti del Livelon, vi racconterò ancora di sassi, di pietre paesine e di un signore che sui sassi ha scritto cose che noi umani…
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(*) Stefano Fenoglio è biologo ed ecologo fluviale, docente all’Università di Torino. Robert Macfarlane è un critico letterario e accademico britannico.
(**) Il Materialismo vitale è un approccio filosofico che rompe con la visione classica dell’essere umano al centro dell’universo. Il pensiero di Jane Bennett si ispira a Spinoza, Deleuze e Lucrezio e si intreccia con l’ecologia, la politica e l’etica. Una prospettiva che, sul piano ecologico ci spinge a rispettare anche ciò che normalmente ignoriamo: i rifiuti, le scorie, gli oggetti dimenticati; sul piano politico, ci ricorda che le decisioni non riguardano solo gli esseri umani ma anche le forze materiali che ci circondano. Infine, sul piano esistenziale ci invita a vivere con maggiore attenzione, con più meraviglia, con più ascolto. Materia vibrante è un invito a rallentare, a osservare, a lasciarci toccare dalla presenza silenziosa delle cose. È un modo di pensare che ci ricorda che il mondo non è fatto solo di parole e intenzioni ma anche di vibrazioni, di consistenze, di presenze che ci parlano senza voce.
(***) Il concetto di agency — o agentività — è la capacità di un soggetto di agire intenzionalmente nel mondo: di scegliere, decidere, trasformare. È una qualità relazionale, distribuita, ecologica di entità che agiscono, che influenzano, che resistono. Questa visione trova radici nella filosofia post-umanista e nell’ontologia relazionale e nella filosofia di pensatori come Bruno Latour, Donna Haraway e, appunto, Jane Bennett; un approccio filosofico che ci invita a vedere il mondo come una rete di attanti — umani e non umani — che co-producono la realtà. Il fiume, in questa accezione, è un attante: non ha bisogno di volontà cosciente per agire, perché la sua forza, il suo corso, la sua memoria geologica sono già forme di azione e riconoscere la sua agentività significa anche riconoscere la nostra responsabilità relazionale. Se il fiume è un soggetto, allora il nostro agire non è più dominio, ma cura, dialogo, co-esistenza dove ogni gesto — artistico, politico, ecologico — è parte di una danza più ampia, in cui il fiume ci guarda, ci plasma e, infine, ci giudica.

