il teschio nelle arti visive
«Il concetto di vanitas, così com’è inteso nelle arti visive, deriva dal Qohélet (3), libro sapienziale della Bibbia, anche detto Ecclesiaste (4). Il testo è una complessa e ardua riflessione sulla vanità universale, una prova di sofferenza che mette l’uomo di fronte al tormento della conoscenza, alla fugacità del tempo, alla labilità della vita e delle cose che le appartengono: ergo è inutile riporre gioie e speranze nelle vanità, esse rendono l’uomo assolutamente infelice.
Nell’Ecclesiaste la vanità del mondo, tripartita in vanità della scienza, dei piaceri e della sapienza, viene commentata dall’autore come una “grande sventura”. Non a caso l’incipit del testo biblico è suggellato dalla perifrasi Vanitas vanitatum (“Vanità delle vanità, tutto è vanità”), derivata dal superlativo ebraico Havel havalim, traslato in un “immenso vuoto”. Dunque, quel “tutto è vanità” sta a significare più esattamente “tutto è vuoto”. Il termine ebraico Hevel, tradotto in latino con vanitas, può riferirsi a diversi concetti; tra questi c’è il soffio, che non è pneuma datore di vita, al contrario, è un respiro che si affievolisce gradualmente, fino a esalare, a “spirare” (in altre parole è un “venir meno” che cessa e si estingue). Ma equivalenti dell’Hevel sono anche il fumo, il vapore, la nebbia. Anziché affidarci alle canoniche traduzioni dell’Ecclesiaste, riportiamo qui l’interpretazione che ne fa Guido Ceronetti (5), il quale parafrasa vanitas vanitatum con «Fumo di fumi / Polvere di polveri», mentre la frase “tutto è vanità” è resa con l’impalpabile «Tutto passa in un soffio» [Qo 11,8].
Nell’Ecclesiaste c’è una visione spiccatamente realistica – molti esegeti avrebbero detto pessimistica o scettica – della condizione umana. Il mondo in cui viviamo è un mondo di amarezze, preoccupazioni, patimenti, perplessità, delusioni. La vanità viene sovente associata all’inane tentativo di rincorrere il vento: «Tutte io vidi / Le azioni che si fanno sotto il sole / Ed ecco / fumo è tutto / vento che ha fame» [Qo 1,14]. Che sia fumo, vento o alito, questo “tutto” è destinato a dissolversi: sapienza e piacere sono i cardini del suo progressivo svanire. Qohélet invita quindi il vivente a osservare le cose in vista della loro fine, «perché una è la sorte / Per i figli dell’uomo / E per le bestie / […] Gli è comune il morire / […] Tutto va a un’unica fossa / Dalla polvere viene tutto / Nella polvere tutto riposa» [Qo 3,19-20].
Poiché l’autore incarna la parola di Dio (epifania che si compie in silenzio e in gran segreto), la tradizione ebraica e quella cristiana sono concordi nel riconoscere all’empirismo di Qohélet una missione profetica. La Rivelazione divina passa attraverso il disincanto e la crisi di un uomo vecchio e saggio, il quale ha capito che è giusto evitare ogni eccesso, godendo delle scarse gioie che la vita ancora gli riserva. Egli vorrebbe che gli uomini si astenessero dal peccare, mettendo giudizio e facendo voto di fedeltà a Dio, perché l’unica e sola ricchezza sapienziale si trova nelle Leggi di Dio. Rivolgendosi al lettore, Qohélet gli rammenta «che per tutto / Dio ti giudicherà» [Qo 11,9]; malgrado ciò, l’autore non fa mai riferimento alla salvezza, non suggerisce alcuna possibilità di redenzione che sgravi l’uomo da tutta la vanità del mondo. In questa sua ansia si può intravedere soltanto un labile spiraglio di pace e serenità, scrutabile al fondo della miseria terrena. In definitiva il suo è un ammonimento, proprio come lo è il memento mori: ricorda che devi morire! (6)
Il memento mori rientra nella casistica connessa ai temi della vanitas, e benché le due tematiche finiscano spesso per collimare, la seconda appartiene più comunemente al genere delle nature morte, mentre il primo assume di frequente le sembianze del teschio. All’opposto, l’Ecclesiaste evita qualsiasi riferimento a teschi o ad altre ossa umane, non parla mai né di scheletri né di morti (7). Men che meno allude alle nature morte, eppure sono proprio i dipinti di vanitates che traggono ispirazione da questo testo sapienziale; saccheggiato in lungo e in largo, i quadri ne riportano stralci verbali che si attagliano perfettamente alla caducità della figurazione. È da questa consapevolezza della fragilità delle cose terrene, del tempo che corrompe la bellezza e la divora, che nascerà l’effigie del teschio, convertita poi in metafora dell’instabilità politica e religiosa.
I soggetti e i temi della vanitas sono assai ampi e comprendono, oltre al memento mori, l’homo bulla, l’Et in Arcadia ego, l’allegoria della morte e le Tre età dell’uomo, che sono da mettere in relazione con le artes moriendi, le danze macabre, il trionfo della Morte, la Morte e la fanciulla, la Leggenda dei tre vivi e dei tre morti. Alberto Veca tiene però a precisare la sottile differenza tra vanitas e vanità:
I due concetti sono apparentemente contraddittori: “ostentazione del transitorio” e “memento mori” sembrano procedere in modo complementare. Vanitas come ostensione delle ricchezze del mondo e della loro intima fragilità al cospetto del teschio, solido e immutabile nella sua assolutezza, o al cospetto dell’architettura semplice e funzionale della clessidra, che abbiamo visto declinata nelle fogge e nei décors più diversi. Vanità come fiera, mondana esibizione di una bellezza e di una preziosità che, pur appartenendo alle apparenze del mondo, colgono un sentimento morale affine ma un momento psicologico diverso. Nel tema della vanità, che percorre Cinquecento e Seicento […] si può riscontrare una complicità e un amore per le apparenze, per quanto nei fatti o a parole, nella sentenza, è condannato (8).
La vanitas può essere voluttuosa o contemplativa, in entrambi i casi ci avvisa che è impossibile possedere o comprendere (quel) tutto (che in realtà è un vuoto a rendere). Essa non ammonisce solo sul viscerale attaccamento alle cose terrene ma tende a istillarci anche il senso amaro del fallimento. A seconda dei punti di vista la vanitas può quindi apparire mortifera oppure salvifica.
Allo stesso modo in cui è possibile leggere l’Ecclesiaste come un “canto della vita”, il memento mori diventa “un inno alla vita”, l’uno e l’altro ci invitano a superare i grandi tormenti dell’esistenza e a non perdere tempo, beneficiando al meglio della nostra breve vita terrena. Lussi o bisogni materiali non valgono nulla di fronte alla morte. L’unica concessione ammessa, affinché l’uomo possa congedarsi senza rimpianti, è l’accumulo di esperienze che lo rendano sazio e appagato dall’esistenza. Agli occhi del vecchio savio la morte diventa perciò necessaria e utile. Di più, è desiderabile in quanto rivela il massimo grado dell’esperienza (9).
La saggezza connessa alla consapevolezza della morte è la medesima espressa dall’autore del Qohélet, il quale decide di ammantarsi delle spoglie di Salomone, emblema della sapienza del mondo. In qualità di “presidente dell’assemblea”, egli è chiamato a processare la vita, autorità accordatagli in virtù della sua età, poiché soltanto chi ha vissuto molto e ha fatto tesoro della vita può comprenderne il senso e trarne un giusto insegnamento. Solo se equivocassimo le sue parole avremmo l’impressione che l’esistere non abbia senso, in quanto la morte – avrebbe detto Schopenhauer – è lo scopo della vita. Questa sentenza viene motivata dal De senectute del Petrarca, breve dialogo che vede coinvolti il Dolor e la Ratio; il primo si lagna e si dispera per la sopraggiunta vecchiaia, mentre la seconda cerca di fargli capire che è una cosa positiva, meglio: è addirittura un privilegio. Queste le motivazioni addotte da Ratio:
Hai camminato senza mai fermarti, e ti meravigli di essere giunto alla meta. Sarebbe stato ben più strano se, andando sempre avanti, non fossi finalmente arrivato. […] Il corso della vita è ora breve, ora brevissimo, mai lungo, sempre duro, aspro e incerto; la vecchiaia ne è l’ultima parte, la morte la fine. Di cosa dunque in particolare ti lamenti, di essere vecchio? Puoi dire ormai di aver portato a termine il compito di vivere. […] Accettate senza recriminare che il vostro corpo e la vostra anima giungano insieme allo stremo: insieme sono entrati, così escano dalla vita; nei confronti del primo che si affretta alla meta l’altra non voglia far resistenza tentando di tirarlo all’indietro. È inutile cercar sotterfugi: bisogna andare, non è consentito tornare sui propri passi né fermarsi. E per voi, che credete nell’immortalità dell’anima e nella resurrezione dei corpi, ciò è di fatto più facile che non per quanti si aspettano una sola cosa delle due o addirittura nessuna. […] Molti hanno cominciato a conoscere se stessi e ad acquisire un po’ di saggezza soltanto nella vecchiaia, tardi certo ma ancora in tempo. Anche se ciò non ha più utilità per la vita che volge alla fine, perlomeno giova alla morte imminente. […] L’età degli uomini, come tutte le cose, ha il tempo della sua maturità, che è chiamata vecchiaia. Per farti certo di questo ti ricorderò che l’età e la morte di chi è giovane sono dette acerbe, come in effetti sono (10).
La Ratio di Petrarca concepisce la giovinezza come una semplice parentesi, conferendo invece grande importanza alla vecchiaia. A fronte degli incessanti piagnistei di Dolor, che imperterrito continua a lamentarsi d’essere vecchio anziché apprezzarne i benefici, Ratio finisce per stizzirsi, biasimandolo brutalmente: «A ragione anche per te, come per la maggiore parte degli uomini, è il caso di dire che la disgrazia non è essere invecchiato ma essere vissuto» (11). L’aspetto saliente del dialogo si trova però nel finale, dove vengono contrapposte la “morte naturale” e la “morte innanzi tempo”». [pp.19-20-21-22]
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alberto zanchetta, frenologia della vanitas, Johan & Levi, 2011 (*)
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Argomento del Corso Homo Bulla Est di Tecniche e Tecnologie della Decorazione / Biennio / AA 2025-2026
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(*) il carattere iniziale minuscolo di autore e del titolo è voluto

