In mezzo scorre il fiume è, prima di tutto, un libro autobiografico di Norman Maclean del 1976, dal quale, nel 1992, è stato tratto un film, diretto da Robert Redford. Anche in mezzo alla mia città scorre il fiume. Anzi, a dirla tutta, ne scorrono due. Vi ho già parlato del Bacchiglione e di una delle sue anse alle porte della città, il Livelon, in un precedente articolo. L’altro corso d’acqua di Vicenza è il Retrone, un affluente interno che nasce nella zona occidentale, nel comune di Sovizzo, e attraversa la città per circa dieci chilometri prima di confluire nel Bacchiglione. Questo modesto corso d’acqua è stato al centro di un interessante progetto di geofotografia – pratica che è un vero e proprio atto di resistenza, destinato a sottrarre i paesaggi acquatici, non solo quelli di questo articolo, al dominio di uno sguardo utilitaristico che vede nel fiume solo una risorsa da sfruttare, o un confine da controllare. L’indagine, condivisa tra due discipline, la geografia e la fotografia, ha fatto emergere un interessante dialogo fra due ricercatori: Chiara Spadaro, geografa dell’Università di Padova (di cui vi racconterò in un prossimo articolo sul mio Livelon), e Andrea Rosset, fotografo indipendente, che, da marzo 2024, sta conducendo un’indagine fotografica su una sezione del Retrone che attraversa il quartiere dei Ferrovieri. A loro si è unita una più ampia comunità di abitanti del quartiere. Il risultato è stato non un freddo studio accademico ma una vera e propria immersione: un anno trascorso a camminare e osservare, con l’obiettivo di fondere la precisione della scienza con l’intuizione dell’arte.
Leggendo questa ricerca a più mani emerge una domanda interessante e per nulla scontata: come si fa a guardare un corso d’acqua non come l’oggetto dell’indagine ma come il soggetto con cui dialogare? Chiara e Andrea, con il loro prezioso lavoro, ci invitano ad abbandonare il nostro punto di vista dominante – quello del geometra o dell’ingegnere che tutto misura e rettifica – e soprattutto quello antropocentrico per eccellenza. La filosofia alla base di questo studio è radicata in concetti come la “corrispondenza”, di cui parla l’antropologo inglese Tim Ingold, un invito a non limitarsi all’interazione tra le cose (“between-ness“) ma a fluire in mezzo ad esse (“in-between-ness“), a sentire il movimento laterale dell’acqua anziché la sola fissità delle sponde. Questa è una prospettiva interspecifica che riconosce il valore intrinseco di ogni forma di vita che abita i margini; l’ottica è quella della “politica della posizione”, un preciso invito all’esilio volontario dal centro, a cercare un punto instabile, dove la revisione inizia e la comunità è l’ultima, tenace resistenza. Di questa politica il fiume è la metafora stessa: l’acqua non è più confinata, perché non conosce l’argine come fine, ma come danza, come un moto laterale, perpendicolare. Corrispondere all’acqua significa farsi flusso, unire la propria consapevolezza al suo incedere incessante.
Annalisa Metta ci riporta coi piedi per terra e ci ricorda la dura geometria: se il fiume è solo la forma che l’acqua contiene, allora l’argine si alza, non più soglia da attraversare, ma confine chiuso, prigione liquida e terrestre. Praticamente è la storia del Retrone, nato come un fiume sinuoso, costretto nel tempo a indossare la camicia di forza dell’artificialità, con argini rialzati e un corso rettilineo imposto dall’uomo. Eppure, in alcune sezioni, la natura rivendica la sua autonomia attraverso la vegetazione spontanea e i terreni incolti, offrendo brevi scorci di una libertà perduta. Questa tensione tra controllo e spontaneità è palpabile, specialmente in luoghi come il Parco Retrone, un’oasi di verde strappata alla cementificazione grazie all’ostinazione di una comunità di volontari e Legambiente. Questa è un’importante storia di creazione partecipata che dimostra la reale possibilità di un rapporto diverso, più empatico, con il paesaggio e i suoi protagonisti. Vi invito a leggere l’intero studio – ben riassunto in questo articolo, in inglese – che analizza una serie di punti di vista tutti molto interessanti. È un’esplorazione davvero profonda dove la metodologia usata, il “deep mapping”, integra elementi di etnografia e arte visuale per narrare non solo lo spazio, ma il tempo e il senso vivido dei luoghi.

© Andrea Rosset, 19 Marzo 2024
La parte del lavoro che però voglio raccontarvi è quella visiva, per due motivi in particolare. Innanzitutto, perché è “pane per i miei denti” e poi perché conosco Andrea Rosset da molti anni, e ammiro e stimo il suo lavoro. Andrea è un professionista silenzioso, non un semplice scattatore di istanti, ma un esploratore dei confini dell’essere. La sua pratica artistica è fatta di ricerca continua e di un’inesorabile fusione di linguaggi. La quintessenza del suo lavoro è un’indagine aperta sul corpo, sul volto umano e soprattutto sull’identità, e non solo dal punto di vista antropocentrico. Inoltre, Andrea maneggia la luce e l’ombra come elementi di un’indagine attenta e profonda. Tutta la sua pratica artistica è riflessiva, acuta e rispettosa, un approccio che privilegia uno sguardo fluido. In questo progetto, non ha certo ritratto la veduta spettacolare, non ha cercato l’orizzonte sgombro. Al contrario, ha spesso indugiato su inquadrature disturbate, oscurate dalla vegetazione, scattate da punti di osservazione scomodi, quasi a voler riflettere la difficoltà dell’uomo a possedere il paesaggio. Per circa un anno ha mappato l’invisibile, un’esplorazione che incontra la disciplina della “geografia creativa” dove gli strumenti visivi e sonori non sono più meri registratori ma catalizzatori che aprono sentieri inesplorati nella comunicazione scientifica, soprattutto là dove l’ambiente grida le sue urgenze. La tecnica che ha impiegato è stata un voto di fedeltà alla realtà: scatti a mano libera, all’altezza degli occhi, con la fotocamera livellata con rigore quasi monacale, come a voler annullare l’autorità del punto di vista distorto. Questo rigore tecnico è un’eredità che risale ai pionieri della fotografia di paesaggio del XIX secolo, maestri delle grandi lastre e della definizione implacabile. Ma se la loro attrezzatura imponeva una sosta, quella di Andrea, molto più agile, ha permesso il movimento lungo le rive scoscese. La limitazione tecnica stessa si fa metrica: la vista orizzontale, all’altezza d’uomo, è il compromesso tra la visione mediata dal mezzo e la pura percezione carnale. L’intento è stato quello, mi immagino, di costruire un’antispettacolarità, fatta di dettagli minuti che rivelano le agenzie invisibili – il vento, la crescita delle piante, il flusso stesso dell’acqua. È un’assenza di controllo costruita attraverso frequenti visite al paesaggio acquatico e lunghe passeggiate intraprese da Andrea in diverse stagioni e in diversi momenti.

© Andrea Rosset, 12 Luglio 2024
Questa critica al controllo esercitato sul paesaggio attraverso la costruzione dell’immagine fotografica è stato un focus chiave dell’intero studio, uno “sguardo fluido” di entrambi i ricercatori che attraversa, fluisce e penetra i percorsi visuali culturalmente determinati che delineano la nostra idea di paesaggio. Questo “sguardo fluido” non ha seguito percorsi predeterminati ma ha spesso attraversato la linea di costa all’altezza degli occhi. Questi percorsi erano, inoltre, spesso difficili da accedere a causa dell’influenza dei cicli di crescita della vegetazione, delle condizioni meteorologiche, del flusso del fiume e della manutenzione degli argini. Tali vincoli hanno generato la “giusta distanza”, una negoziazione graduale e interattiva con l’ambiente circostante. Nelle immagini di Andrea, lo spazio è compattato e condensato in chiazze contrastanti, grazie al punto di vista ravvicinato e a un uso della luce naturale che ha impedito una lettura unificata del paesaggio anziché favorire la leggibilità; ciò che il fotografo ha cercato non è stato un punto di osservazione ottimale ma ha piuttosto lasciato che la sua posizione nel paesaggio acquatico determinasse il punto di acquisizione. Andrea, in questa transizione, ha cercato l’intersezione tra il suo mondo intimo e il complesso scenario fluviale. E qui si è scontrato con l’assioma di Jeff Wall: la necessità di una “certa distanza” per creare l’immagine di paesaggio, un distacco che permette di osservare gli altri senza perderli come agenti sociali. Ma il Retrone è un paesaggio che non concede separazioni. L’attività umana ha inciso la sua presenza su ogni metro di riva: la sponda sinistra è un mosaico di case, campi coltivati, rovine antiche, scuole e zone industriali; la destra è un intreccio di fossi e filari di gelsi che si arrampicano verso i Colli Berici. Questa non è natura selvaggia ma uno spazio sociale, un paesaggio urbano dove la componente naturale è ingabbiata e controllata. La presenza umana, con la sua eco visiva e acustica, è così pervasiva che la sua stessa assenza non è silenzio. Il fiume è interamente artificializzato, ogni linea è una firma. Durante il giorno, ad esempio, il paesaggio rivela la sua natura ibrida: l’alveo è costantemente colonizzato visivamente da edifici, strade e infrastrutture, a testimonianza di una presenza umana onnipresente e dominante. Nelle ore notturne, questo controllo si manifesta attraverso l’illuminazione artificiale, che annulla l’oscurità naturale, rendendo il fiume visibile solo sotto il dominio della luce elettrica, una vera e propria colonizzazione visiva dell’ombra. Andrea, ritenendole superflue, ha escluso le figure umane che entravano sporadicamente nell’inquadratura: la loro impronta era già scolpita ovunque. Quella “separazione” richiesta da Wall era qui un concetto irraggiungibile, perché il fiume stesso è l’incorporazione dell’uomo. Infine, la forma. Nonostante la sua linearità imposta, questa ricerca ha tracciato la circolarità perduta del Retrone. Nelle nebbie mattutine o nelle inondazioni che periodicamente minacciano il Parco, si legge la vera natura del fiume, che disdegna i confini umani. In quei momenti, l’allagamento non è più visto come una calamità, ma come la norma per l’acqua, un promemoria dell’instabilità del rapporto tra terra e acqua. E proprio ai margini, agli argini dove è difficile camminare per la vegetazione o il fango, si svela l’ultimo, cruciale elemento: la comunità che abita il fiume non è solo umana. La nostra presenza, spesso, viene avvertita dagli altri abitanti – anfibi, uccelli – solo attraverso il suono di una fuga, un tuffo o un battito d’ali, un avvertimento sonoro che l’abitante del fiume si è ritirato. In questo confine mobile, in questo flusso visibile ma elusivo, si compie l’esigenza di ripensare il nostro posto nell’ambiente.
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Andrea Rosset è un fotografo professionista e artista visivo, nato a Vicenza nel 1967. Ha lavorato in vari contesti culturali e collettivi e dal 2010 fa parte del gruppo di arte visiva e performativa Jennifer rosa.
Chiara Spadaro è una giornalista ambientale, antropologa e geografa. Oltre all’attività giornalistica e di comunicazione per enti locali e il terzo settore, è autrice di diversi libri, tra cui Plastica addio e L’arcipelago delle api.
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L’immagine in evidenza è di Andrea Rosset, corredo dell’articolo pubblicato su Shima Journal

