Un’esplicitazione crescente
«Le indicazioni sulle procedure atmoterroriste della guerra col gas (1915-18) e sullo sterminismo genocida per mezzo del gas (1941-45) fanno emergere i contorni di una climatologia speciale. Con essa la manipolazione attiva dell’aria che si respira diviene un affare culturale, anche se, in un primo tempo, non riguarda altro che la sua dimensione più distruttiva. Essa porta immediatamente i tratti di un atto di design nel corso del quale, “secondo le regole dell’arte”, si disegnano e si producono dei microclimi, delimitabili in modo più o meno esatto, in cui alcuni uomini danno la morte ad altri uomini. Grazie a questo “Air Conditionig negativo” si possono tirare delle conclusioni sul processo della modernità come forma di esplicitazione dell’atmosfera. L’atmoterrorismo fornisce cioè uno slancio decisivo verso la modernizzazione degli ambiti del soggiorno umano soprattutto in quelle condizioni di vita, antiche e naturali, che avevano potuto resistere per lungo tempo alla transizione verso le concezioni moderne. Esso minaccia il rapporto naturale con l’atmosfera, il rilassamento dell’abitante e del viaggiatore nei confronti di un milieu atmosferico dato e prevedibile senza inquietudine. L’essere-nel-mondo umano medio – altro nome dell’esplicitazione moderna della “situazione” ontologica dopo la perdita della certezza del mondo di cui godeva la vecchia Europa – era fin qui un essere-nell’aria, o più esattamente un essere-nel-respirabile, in una maniera a tal punto scolpita nella coscienza, a tal punto evidente, che una tematizzazione dettagliata delle situazioni aeree e atmo-sferiche poteva tutt’al più apparire, anche in contesti fisici e medici, in forme poetiche, ma in nessun caso nelle relazioni quotidiane tra i partecipanti alla cultura, e ancora meno nelle definizioni delle loro forme di vita eccetto forse per le intuizioni molto avanzate del precoce teorico della cultura Johann Gottfried Herder che, nelle sue inesauribili Idee per la filosofia della storia dell’umanità, postulava già nel 1784 una nuova scienza dell’aerologia”, e un’atmosferologia generale come studio delle “bolle d’aria” che ospitano la vita: “Poiché l’uomo, come tutte le altre cose, è un pupillo [Zögline] dell’aria”. Se noi infine disponessimo, esclamava Herder, di un’accademia in grado di insegnare questo tipo di discipline vedremmo gettata una nuova luce sul legame tra questa creatura culturale, che è l’essere umano, e la natura, e potremmo “vedere questa grande serra della natura compiere mille trasformazioni secondo le sue proprie leggi fondamentali” (Herder 1791, pp. 78-79, corsivo di Sloterdijk).
Queste frasi rammentano il fatto che Herder, nel corso dell’ultimo secolo, aveva sponsorizzato un’idea di antropologia di grande respiro. Non vogliamo però fare appello a lui, una volta di più, in quanto autore di quella dottrina precaria della natura carente dell’essere umano (1), ma come istigatore di una teoria delle culture umane considerate come forme di organizzazione di un’esistenza in serra. Le sue anticipazioni filantropiche che planano in maniera eutonica al di sopra dell’opposizione tra natura e cultura non giungono ancora, però, ad illuminare il legame dialettico o tematogeno tra il terrorismo e l’esplicitazione del soggiacente. Anche la ben nota ipersensibilità di Nietzsche per tutto ciò che riguarda le condizioni di esistenza climatica, come la pressione dell’aria, l’umidità, il vento, le nuvole e le tensioni quasi immateriali, rivela ancora l’ultimo crepuscolo di una credulità verso la natura e l’atmosfera caratteristica della vecchia Europa, sebbene prenda già una forma colorita. In un capriccio umoristico Nietzsche, in ragione della sua costituzione anormalmente sensibile all’atmosfera, poté raccomandare se stesso come oggetto d’esposizione possibile per la mostra sull’elettricità organizzata a Parigi nel 1881, come una sorta di tensiometro patafisico (2). E dunque: ciò che significano l’aria, il clima, il milieu atmosferico e l’atmosfera, nel senso micro e macro-climatologico, e più ancora dal punto di vista della teoria della cultura e dei media, non può essere provato che dopo aver continuato a percorrere i modi e i gradi delle pratiche sterministe e atmoterroriste del XX secolo – e si vede già che il XXI secolo apporterà forme ulteriori, ancora più esplicite.
Tremore d’aria (3): secondo l’esplicitazione delle situazioni aeree, climatiche e atmosferiche, il pregiudizio originario degli esistenti in favore del media primario dell’esistenza è rimesso in discussione e riempito d’ingenuità. Se gli uomini, nella storia che hanno fin qui vissuto, non importa se sotto un angolo di cielo libero o sotto un tetto, hanno potuto fare affidamento sull’idea indiscutibile della possibilità di respirare nell’atmosfera aerea che li circondava – escluse le zone di miasmi –, essi godevano, lo si vede retrospettivamente, di un privilegio d’ingenuità definitivamente perduto dopo la cesura del XX secolo. Chi vive dopo questa cesura, chi evolve in una zona sincronizzata con la modernità, è già condannato alla preoccupazione formale per il clima e per il design atmosferico, qualunque sia la sua forma, rudimentale o elaborata. Si deve riconoscere che si è pronti a partecipare alla modernità solo lasciandosi afferrare dal suo potere d’esplicitazione per ciò che un tempo “riposava” discretamente alla base di tutto, ciò che contornava e avvolgeva per formare un ambiente. Prima però che il nuovo dovere di preoccuparsi dell’atmosfera e del clima potesse essere stabilizzato nella coscienza dei discendenti, sarebbe stata superata qualche altra tappa nell’esplicitazione dell’atmoterrorismo. È l’occasione questa per parlare in termini filosofici dello sviluppo dell’aviazione militare [Luftwaffe] moderna, il cui nome proclama da subito la sua competenza per gli interventi negli affari atmosferici (4). Nel nostro contesto occorre mostrare chiaramente il fatto che le aviazioni costituiscono in sé un fenomeno centrale dell’atmoterrorismo, nella sua forma statalizzata. Gli aerei militari, come, più tardi, le artiglierie di missili, funzionano in primo luogo come armi d’attacco: aboliscono l’effetto immunizzante della distanza spaziale tra i gruppi armati; ottengono con la forza l’attacco a oggetti che non si potevano minacciare via terra, salvo accettare un numero elevato di vittime. Rendono secondaria la questione di sapere se i combattenti sono o non sono dei vicini naturali. Senza l’esplosione provocata dalle armi aeree a lunga gittata, la globalizzazione della guerra indotta dai sistemi teledistruttivi resterebbe inspiegabile. Il loro impiego permette invece di collocare buona parte dello sterminismo caratteristico del XX secolo in una meteorologia nera. In questa teoria delle precipitazioni particolari create dall’uomo, si può parlare di esplorazione dello spazio aereo attraverso macchine volanti e del loro impiego a fini atmoterroristi, nonché di una para-artiglieria.
Mentre il terrorismo del gas, nelle forme manifeste che esso ha preso tra il 1915 e il 1945, operò sempre al suolo (con l’eccezione della guerra del Rif nel Marocco spagnolo, 1922-1927, che fu per la prima volta condotta in forma aerochimica), gli attacchi termo-terroristi e radio-terroristi su mondi-della-vita [Lebenswelt] ostili avranno sempre bisogno, per motivi tecnici e tattici, di operazioni condotte dall’Air Force – fenomeno il cui paradigma rimane (dopo gli attacchi scioccanti di aerei tedeschi su Guernica, il 26 aprile 1937, e su Coventry, nella notte tra il 14 e il 15 novembre 1940) la distruzione di Dresda da parte delle flotte di bombardieri britannici, il 13 e il 14 febbraio 1945, e l’eliminazione di Hiroshima e Nagasaki grazie allo sganciamento di due bombe atomiche da parte di aerei da combattimento americani, il 6 e il 9 agosto 1945.
I combattimenti tra unità aeree dello stesso valore hanno giocato, nella storia, un ruolo piuttosto marginale – benché occupassero l’immaginazione con loro scene di tornei, e il loro romanticismo dei cavalieri del cielo. La tristemente famosa “battaglia d’Inghilterra” costituisce un’eccezione dal punto di vista della storia militare. A fronte di queste battaglie, nell’ambito del “combattimento aereo” si è imposta de facto la pratica degli attacchi aerei unilaterali, ai quali è impossibile replicare, e nei quali aerei isolati portano degli attacchi di precisione contro obiettivi definiti, oppure grandi flotte aeree sono impegnate in bombardamenti su grande scala – quest’ultimo elemento funziona, per analogia, secondo il principio della logica dell’approssimazione tipico dell’artiglieria del gas: dal punto di vista operativo, “sufficientemente vicino” è quasi sinonimo di “esatto”. La metafora del bombardamento a tappeto, attiva dopo gli anni Quaranta del secolo passato, descrive in modo preciso l’immagine di una copertura di grandi segmenti di paesaggio abitato e popolato per mezzo di tappeti mortali. Si è visto che un gran numero di bombardamenti puntuali può provocare gli stessi effetti di un bombardamento sistematico su grande scala, tra l’altro durante gli attacchi aerei della Nato contro la Serbia nel corso della guerra del Kossovo, tra il 24 marzo e il 10 giugno 1999. Tanto le aviazioni sono sensibili a una interpretazione militar-romantica delle loro funzioni e amano presentarsi discretamente come una disciplina neo-aristocratica delle armi in una certa misura come il prolungamento di quella disciplina regale che era l’artiglieria, in un mezzo più libero, altrettanto esse costituiscono, nella loro tendenza pratica, l’organo di esecuzione preferito dell’atmoterrorismo. Si conferma così che la statalizzazione delle armi, piuttosto che essere un contro-veleno alle pratiche terroriste, ne provoca la sistematizzazione. Il fatto che dopo la seconda guerra mondiale le forze aeree siano divenute il sistema d’armi dominante, soprattutto nelle guerre d’intervento condotte dagli Stati Uniti dopo il 1945, comporta semplicemente la normalizzazione di un habitus del terrorismo di Stato e dell’ecologizzazione della guerra. Da questo punto di vista la manifestazione dei civili serbi che, durante gli attacchi aerei della Nato, all’inizio del 1999, s’installarono sul ponte Branko sulla Sava decorato di bersagli, costituisce un commento adeguato alla realtà della guerra aerea nel XX secolo.
Le esperienze vissute durante la seconda guerra mondiale, in Europa come in Estremo Oriente, non sono state le sole a mostrare che il modo in cui le aviazioni nazionali conducono la guerra coincide con un impiego generale dell’habitus dell’attentato, poiché gli attacchi aerei, in conformità al loro modus operandi, hanno sempre il carattere di un attacco a sorpresa. Anche quando prendono la forma di attacchi di precisione contro “installazioni” presuppongono sempre un atto lesivo nei confronti dei mondi-della-vita nemici, e dunque il rischio di uccidere dei civili; nel caso dei bombardamenti intensivi, quella diviene l’intenzione primaria. Il generalizzato “terrore dei bombardamenti” del 1940-45 sui territori del Reich tedesco non mirava esclusivamente, si sa, alle strutture militari, ma altrettanto e più ancora all’infrastruttura mentale del paese; questa è la ragione per cui lo si è dovuto per molto tempo difendere, in nome del suo effetto supposto di costituire un colpo mortale al morale del nemico, contro la critica interna, e non solamente pacifista, emersa tra gli Alleati. Il bombardamento di Dresda, nella notte tra il 13 e il 14 febbraio 1945, da parte di due flotte di bombardieri Lancaster della Royal Air Force, era basato su un concetto pirotecnico: si trattava di circondare il centro della città, un settore con la forma di un quarto di cerchio, con un anello denso di bombe esplosive e incendiarie lanciate in gran numero, che doveva integrare l’insieme dei quartieri centrali in un effetto coerente di altoforno. L’intenzione degli aggressori era quella di trasformare i numerosi incendi isolati in un incendio globale del cui effetto potenziale di sterminio ci si era convinti nel corso dei test condotti su altre vecchie città combustibili, particolarmente su Amburgo nel luglio 1943 (“operazione Gomorra”) e su Kassel nell’ottobre dello stesso anno. La condensazione elevata di bombe incendiarie doveva creare un vuoto centrale in grado di provocare un fenomeno di aspirazione simile a un uragano. Questo procedimento che puntava a scatenare in maniera sistematica la tempesta di fuoco in conformità al “principio dello spazio chiuso di sterminio” – era già stato valutato dal maresciallo Arthur Harris come un mezzo di combattimento suscettibile di decidere l’esito della guerra. Nel 1945, a Dresda, lo stesso effetto fu preparato dal primo bombardamento, tra le 22.03 e le 22.28, e poi reso effettivo dalla seconda ondata d’attacco, tra le 1.30 e le 1.55, che dette alla tempesta di fuoco la dimensione desiderata, finendo per estenderla a vasti quartieri della città, particolarmente alla zona sovrappopolata di rifugiati che circondava la stazione centrale. La terza ondata di attacchi, condotta dalle squadriglie americane, colpì una città già devastata. Al momento dei primi due attacchi furono lanciate circa 650.000 bombe, di cui 1.500 tonnellate di bombe-mina e di bombe incendiarie sganciate a piccoli lotti, come una pioggia. La proporzione elevata di bombe incendiarie mostra chiaramente il fatto che il primo obiettivo era la distruzione delle zone abitate e l’eliminazione di vite civili. Gli aggressori sapevano che la messa in pratica delle loro idee, se si fosse svolta in conformità ai piani, avrebbe necessariamente fatto un numero elevato di vittime in una città sovrappopolata di rifugiati venuti dall’Est. Il successo dell’impresa si rese tra l’altro evidente per il fatto che numerose persone rinchiuse all’interno di questo bacino di fuoco furono ritrovate disidratate e mummificate senza essere entrate direttamente in contatto con le fiamme. Più di un centinaio di rifugi antiaerei sotterranei, rimasti intatti, si trasformarono, per una sorta di effetto caminetto, in forni ad aria calda in cui gli abitanti furono bolliti vivi. Per più di dodicimila persone i rifugi sono diventati una trappola in cui i fumi tossici degli incendi li hanno asfissiati. Nella storia del terrore applicato non esiste altro esempio, prima del 6 agosto 1945, del modo in cui, in un “mondo-della-vita” la cui taglia si avvicina a quella di un intero quartiere, si sono potute produrre condizioni le cui caratteristiche equivalevano a quelle di una camera a combustione funzionante a pieno regime, e in cui le temperature hanno superato i mille gradi. Il fatto che in questa atmosfera speciale, nello spazio di una sola notte e seguendo le stime più basse, almeno 35.000 persone abbiano potuto essere bruciate, carbonizzate, disidratate e soffocate, costituiva un’innovazione del tutto sconvolgente nell’ambito della rapida messa a morte di massa (8). Sebbene sia stata interpretata come una di quelle eccezioni rese possibili dalla guerra, l’incendio di Dresda costituì nel mondo il nuovo archetipo di un termoterrorismo estensivo. Ciò che si era verificato era stato un attentato di grandi dimensioni contro le condizioni termiche limite per la vita. Si rendeva così evidente la negazione più esplicita dell’attesa più implicita che ci sia: il fatto che l’essere-nel-mondo dell’essere umano non può, in alcuna circostanza, consistere in un essere-nel-fuoco.
Una delle sorprese – non più tanto sorprendenti – del XX secolo è il fatto che sia potuto rilanciare su questa massima. L’esplicitazione dell’atmosfera attraverso il terrore non si è fermata alla trasformazione di mondi della vita in camere a gas e a combustione. Per oltrepassare il terrore degli altiforni di Churchill e Harris, era necessario niente di meno che una rivoluzione dell’immagine del mondo, o più precisamente – dopo che si sia compreso il carattere fallace del discorso sulla rivoluzione –, l’apertura verso una spiegazione ancora più ampia di ciò che mantiene il mondo nella sua latenza fisica e biosferica. Non è qui utile ricapitolare la storia comune della fisica nucleare e dell’arma atomica. L’importante, nel nostro contesto, è il fatto che l’esplicitazione da parte della fisica nucleare della materia radioattiva e la sua dimostrazione popolare attraverso la produzione di funghi atomici, su aride zone sperimentali e su città abitate, aprirono nello stesso tempo un nuovo livello di profondità nell’esplicitazione dell’elemento atmosferico che riguarda l’essere umano. Si è così compiuto un riorientamento “rivoluzionario” della coscienza dell’ambiente”, in direzione della sfera invisibile delle onde e dei raggi. Di fronte a esso il ricorso alla classica radura (Lichtung) nella quale noi “abbiamo la vita, il movimento e l’essere”, sia che ne venisse offerta una lettura teologica che una fenomenologia, non è più a portata di mano. Il commento (post-)fenomenologico ai lampi atomici sul deserto del Nevada e sulle due città giapponesi è il seguente: Making radioactivity explicit.
Il lancio di bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki non costituisce solamente un rilancio quantitativo sugli avvenimenti accaduti a Dresda; l’eliminazione simultanea di più di 100.000 (40.000 secondo le più prudenti stime successive) (9) vite umane può essere considerata come il culmine provvisorio di avvenimenti legati all’esplicitazione atmoterrorista; le esplosioni nucleari del 6 e del 9 agosto 1945 hanno inoltre provocato un’escalation qualitativa dal momento che, al di là della dimensione termoterrorista, esse inaugurano la transizione verso la dimensione radioterrorista. Le vittime della radioattività di Hiroshima e di Nagasaki, che si aggiunsero rapidamente alle vittime della fornace, morte nei primi secondi e nei primi minuti, ma anche, in casi innumerevoli, dopo anni e decenni, resero esplicito il fatto che l’esistenza umana si situa permanentemente in una complessa atmosfera di onde e di raggi, la cui realtà può esserci a rigore comunicata solo da certi effetti indiretti, ma non da percezioni immediate. Il rilascio diretto di una dose di radioattività mortale per l’essere umano, immediatamente o a lungo termine, del tipo di quella che fu liberata “dopo” l’effetto primario, termico e cinetico, delle bombe, inaugurò nel sapere dei feriti e dei testimoni una dimensione di latenza radicalmente nuova. [pp.39-47]
Air/Condition
Tra le offensive della modernità estetica, quella surrealista ha, più di ogni altra, acuito l’idea secondo la quale l’interesse principale dell’epoca contemporanea debba essere l’esplicitazione delle culture, premesso che con cultura qui intendiamo la quintessenza dei meccanismi istitutori di simboli e dei processi creatori di arte. Il surrealismo obbedisce all’imperativo di occupare la dimensione simbolica nella campagna della modernizzazione. Il suo scopo, dichiarato o meno, è quello di rendere espliciti i processi creativi e accessibili, dal punto di vista tecnico, le loro zone di origine. Per fare ciò senza incontrare ostacoli di sorta, esso mette in campo il feticcio dell’epoca, il concetto onni-legittimante di “rivoluzione”. Ma esattamente come nello spazio politico (dove de facto non si tratta mai di un reale “rovesciamento”, nel senso di un’inversione tra ciò che è in alto e ciò che è in basso, ma piuttosto di una proliferazione di posizioni di primo piano e della loro rioccupazione da parte di rappresentanti dei ceti medi offensivi – cosa che, nel reale, non si può ottenere senza rendere parzialmente trasparenti i meccanismi del potere, ovvero la democratizzazione, e di rado senza una fase iniziale di aperta violenza dal basso) l’errore di denominazione operato in precedenza è molto evidente anche in campo culturale, neanche qui si trattò mai di un “sovvertimento” nel senso preciso del termine, piuttosto di una nuova redistribuzione dell’egemonia simbolica cosa che aveva bisogno di svelare in qualche maniera il procedimento artistico e, quale sua premessa, una fase di barbarismi e iconoclastia. In ambito culturale la “rivoluzione” è la definizione generale per una violenza contro un tipo di latenza che può essere considerata “legittima”. Essa mette in scena la rottura dei nuovi operatori, certi delle proprie procedure, con l’olismo e le atmosfere delle situazioni artistiche borghesi.
Il ricordo di una delle scene più famose dell’offensiva surrealista può aiutare a chiarire il parallelismo tra le esplicitazioni atmo-terroristiche del clima e i colpi cultural-“rivoluzionari” inferti alla mentalità di un pubblico borghese. Il primo luglio 1936 Salvador Dalí, che all’inizio della sua carriera si era autoproclamato ambasciatore del regno del Surreale, tenne una conferenza-performance presso le New Barton Galleries di Londra in occasione della International Surrealist Exhibition, nella quale, rivolto ai suoi pezzi esposti, aveva intenzione di spiegare il “metodo paranoico-critico” da lui messo a punto. Per rendere chiaro al pubblico che, già attraverso il suo ingresso in scena, lui si rivolgeva loro come rappresentante di un luogo completamente altro e in nome di ciò che è altro, Dalí aveva deciso di indossare per il suo discorso uno scafandro da sommozzatore; secondo un articolo del 2 luglio del giornale londinese «Star», sopra il casco era installato un radiatore; l’artista aveva inoltre in mano una stecca da biliardo ed era accompagnato da due cani (cfr. Gibson 1998, p. 378). Nel suo auto-ritratto Comment on devient Dalí, l’artista ha raccontato una versione degli incidenti che questa idea aveva provocato:
In occasione dell’esposizione avevo deciso di fare un discorso, ma sistemato all’interno di uno scafandro per poter così rappresentare l’inconscio. Mi sono bardato, mettendomi anche delle scarpe piombate che mi avrebbero immobilizzato i piedi. Mi hanno dovuto portare sulla strada. Poi mi hanno fissato il casco sigillandolo. Ho cominciato il discorso dietro il vetro dello scafandro e davanti a un microfono che non riusciva a trasmettere nulla. Ma la mia mimica affascinò gli astanti. Presto rimasi con la bocca aperta, apoplettico, poi blu, gli occhi rivoltati. Si erano [sic !] dimenticati di collegarmi a un sistema di distribuzione dell’aria e stavo asfissiando mentre gridavo. Lo specialista che mi aveva preparato era scomparso. Coi gesti feci comprendere ai miei amici che la situazione stava diventando critica. Uno di loro si procurò un paio di forbici e tentò invano di tagliare la tela, un altro provò a svitare il casco; visto che non ci riusciva, si mise a picchiare con un martello sui bulloni. (…) Due uomini tentarono di strappare il mio casco, un terzo continuava ad assestare dei colpi che mi annientavano. La tribuna era diventata una mischia mostruosa da cui emergevo come un burattino disarticolato col mio casco d’ottone che risuonava come un gong. Fu allora che la folla applaudì a lungo davanti a questa perfetta riuscita del mimodramma daliniano che, senza dubbio, incarnava ai loro occhi i rapporti della coscienza che cerca di afferrare l’inconscio. Ero lì lì per morire di questo trionfo. Quando mi strapparono il casco ero più pallido di Gesù che tornava dal deserto dopo quaranta giorni di digiuno (Dalí 1988, pp. 229-230).
La scena chiarisce due questioni: il surrealismo è un dilettantismo in cui alcuni oggetti tecnici vengono impiegati secondo condizioni che non sono loro proprie, ma in maniera simbolica; ciò non di meno esso è parte del movimento esplicitazionista del Moderno, poiché si rappresenta inequivocabilmente come una procedura di rottura della latenza e di dissoluzione dello sfondo. Un importante aspetto della dissoluzione dello sfondo in campo culturale è costituito, nelle questioni artistiche, dal tentativo di distruggere il consenso tra il versante produttivo e quello ricettivo, al fine di liberare la radicale specificità degli eventi del “mostrare” ed esplicitare così tanto l’assolutezza della produzione quanto l’unicità della ricezione. Tali interventi hanno un valore di lotta proprio come dichiarazioni anti-provinciali e anti-culturalnarcisistiche». [pp.59-61]
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Peter Sloterdijk, Terrore nell’aria, Meltemi, 2006
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Argomento del Corso Maneggiare con cura di Tecniche e Tecnologie della Decorazione / Biennio / AA 2023-2024 / Accademia di Belle Arti di Venezia

