Il nostro mondo è un fatto vegetale, prima di essere un fatto animale.
Lo scrive Emanuele Coccia ne La vita delle piante. Metafisica della mescolanza. E sempre Emanuele Coccia ci ricorda che gli alberi hanno dato vita alla nostra specie, hanno plasmato non solo il nostro corpo e la nostra identità anatomica. Hanno anche influenzato il nostro modo di costruire legami e strutture sociali […] ci hanno insegnato e reso possibile ciò di cui siamo più orgogliosi: la tecnologia. Ciò nonostante continuiamo a intenderli come semplice merce di cui disporre per dare forma al nostro presente e per alimentare stili di vita non più sostenibili.
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Le piante sono talmente diverse dagli esseri umani che per noi è molto difficile apprezzarne appieno la raffinatezza e la complessità. Eppure si sono evolute ben prima di noi, hanno inventato nuove strategie di sopravvivenza e hanno perfezionato la loro struttura tanto a lungo che affermare che noi siamo i più “progrediti” dipende in realtà da che cosa s’intende con questo termine e da quale “progresso” si considera. Noi attribuiamo valore a capacità quali la consapevolezza, la fabbricazione di utensili e il linguaggio, ma solo perché sono il risultato del nostro viaggio evolutivo sino a oggi. Le piante hanno coperto una distanza ancora maggiore, soltanto che hanno viaggiato in un’altra direzione.
Michael Pollan, La botanica del desiderio, Il Saggiatore, 2014
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Abbiamo proprio bisogno di una rivoluzione linguistica, per una trans-socialità, che sappia tradurre in maniera decifrabile i diversi linguaggi della natura per una nuova ecophilia del pensiero, una nuova e diversa empatia e affinità con lo spazio-natura in cui viviamo. Per Nicolas Bourriaud il paesaggio della mente e del pensiero umano è un luogo analogo alla foresta, la cui vegetazione, alberi, foglie, fiori, radici, è costituita da sinapsi, neuroni e neurotrasmettitori. Perché, allora, come con i paesaggi del pensiero, non cambiare il modo anche di immaginare i paesaggi delle foreste, di vedere e anche proteggere gli alberi che le costituiscono. Come sarebbe anche necessario cambiare l’agenda delle priorità politiche locali, nazionali e globali per ripensare le relazioni con le nostre città, con il mondo: dobbiamo immaginare nuovi modelli per il nostro rapporto con gli ecosistemi naturali e le aree urbanizzate.
Francis Hallé, dendrologo francese, in Ci vuole un albero per salvare la città ci spiega, ad esempio, quanto contino le piante nelle nostre metropoli e quanto queste possano migliorare il nostro benessere. Rispetto a noi umani, gli alberi possiedono una longevità per noi inimmaginabile. Il fatto che siano radicati nel terreno non gli rende affatto impossibile il movimento e il loro apparente mutismo non esclude forme di comunicazione e mutuo aiuto tra alberi anche di natura e struttura diverse. Pensare che le piante siano solo degli organismi viventi primitivi, con una vita passiva e apatica, non ha più ragione di esistere. Quella dei vegetali è una vita governata da un senso del tempo diverso dal nostro, da una capacità di movimenti calibrati, i tropismi, una velocità che sfugge alla nostra sensibilità. Per questo non dobbiamo considerarla meno ricca e avventurosa di quella animale.
In Verde brillante, Stefano Mancuso e Alessandra Viola scrivono che le piante comunicano attraverso un linguaggio composto da migliaia di molecole chimiche contenenti informazioni di vario tipo che vengono liberate nell’aria o nell’acqua.
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Se la si fa crescere nel silenzio per sei mesi e poi si tenta di farla danzare, la pianta si muove solo un po’, e lentamente. Ma se viene “allenata” tutti i giorni, come una ballerina alla sbarra, fa progressi e danza sempre meglio. La pianta ha davvero bisogno di un allenamento come lo si intende nello sport, che deve essere per forza basato su una qualche specie di memoria.
Francis Hallé, Atlante di botanica poetica, Ippocampo, 2019 (p. 68)
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Atlante di botanica poetica è un testo illustrato che racconta alberi e foreste anche attraverso il disegno. L’Atlante di Francis Hallé è un viaggio alla scoperta di alcune piante particolari da cui imparare nuovi modi di vivere l’ambiente. Le storie di botanica poetica parlano di piante come il giacinto d’acqua che ha un aspetto tanto aggraziato quanto un carattere tenace e vanta un’incredibile capacità di proliferazione e può crescere dai due ai cinque metri al giorno, una specie che ha colonizzato in Africa fiumi come il Nilo e il Congo, i grandi laghi Vittoria e Tanganica, una pianta che ha infestato la Cina e il Sud-est asiatico ed estirparla non è per nulla semplice. Uno status, quello di infestante, che sottintende una serie di comportamenti tipici: una crescita veloce, semi che possono rimanere dormienti per decenni, essere poco esigenti quanto alla composizione del suolo e amare i terreni disturbati. Richard Mabey sostiene che le erbacce infestanti, prosperando in paesaggi devastati, da una parte tingono di verde e riportano la vita nella desolazione creata dall’uomo e, dall’altra, insinuano l’idea di natura selvaggia laddove sembrava essersi estinta.
Le storie di questo Atlante riguardano esemplari studiati dal botanico durante il suo lavoro nelle foreste pluviali tropicali o equatoriali che Hallé arricchisce con numerosi disegni. È un modo per illustrare la poesia di questi viventi, spiegare gli elementi che li contraddistinguono, spesso sorprendenti. Il suo Atlante di botanica poetica è un «gabinetto delle curiosità» e un viaggio illustrato di piante non comuni che racconta – e invita – la causa della protezione delle foreste tropicali. Il professor Hallé da sempre affronta il tema dell’ascolto, della conoscenza e della cura che, per lui, prende forma attraverso la pratica del disegno.
Il suo metodo di lavoro sul campo è fare disegni delle piante che osserva e studia, per lui è il modo migliore per tenere traccia di ciò che vede. La gente spesso gli chiede: Perché? Fotografare è molto più semplice. Lui risponde che sta guardando strutture tridimensionali complesse. E una frazione di secondo non è sufficiente per capirle appieno. Ci sono molti vantaggi nel disegnare – anche se è un processo lungo. Hallé dice che anche se non si parlano, in questo modo si capiscono l’uno con l’altro quando una foto non può farlo. Forse perché, e questo lo dico io, il disegno è pensiero: nella sua forma più pura di “segno”, cioè ridotto ad una linea che da sola riesce a descrivere mondi, attraverso forme e trame, è una delle espressioni umane più semplici e potenti.
Yves Bonnefoy, nelle sue Osservazioni sul disegno. Il disegno e la voce cita l’affermazione di Giacometti secondo il quale il disegno è tutto. Questa relazione di Hallé tra natura e disegno è per me molto simile alla relazione fra la poesia e il disegno di Bonnefoy secondo il quale la forza poetica della lingua del disegno fa apparire allo sguardo il senso profondo delle cose.


Tutte le immagini sono di Association Francis Hallé pour la fort primaire


