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Il titolo che state leggendo – Un posto dove abitare, un posto dove essere – è la mia riflessione conclusiva di un percorso lungo e affascinante intrapreso da alcuni dei miei studenti. Il mio coinvolgimento in questo progetto nasce all’interno di una serie di lezioni su cosa significhi abitare. All’interno del workshop occupare lo spazio, accudire la forma – workshop che ha coinvolto, oltre agli studenti, anche Camposaz, collettivo open source aperto e senza gerarchie né ruoli fissi – il mio ruolo è stato minimale – di moderata consulenza e, soprattutto, di sostegno – e conclusivo. Mi è stato chiesto di mettere nero su bianco quello che pensavo di tutto ciò, prima ancora di sapere esattamente che cosa avrebbero progettato e realizzato. Ne è uscito il testo che riporto a seguire, quasi un manifesto inconsapevole che occupa l’intera facciata interna del flyer del progetto.

Sullo spazio e l’abitare: dal gesto intimo, alla dimensione comunitaria fino allo spazio istituzionale

Abitare: un gesto di cura e relazione

Abitare. Verbo transitivo. Azione ripetuta: non si abita una volta sola, si abita ogni giorno, ogni ora, ogni gesto.

Abitare, dunque. È posare il piede sul pavimento di un’Aula, un Atelier, un Chiostro; è chiudere una porta; accendere una luce; è respirare.

Abitare è sapere dove si trovano strumenti e materiali; è distinguere il ticchettio del termoconvettore dal battito del proprio cuore; è avere un angolo preferito.

Abitare è essere una pianta; è avere radici operative; è cercare silenzio, profondità, memoria; abitare è protendersi verso la luce e il cielo, le nuvole e il tempo.

Abitare è non essere prigionieri ma essere legati, con fili invisibili, ad abitudini e affetti; è essere liberi di spostare una sedia, di cambiare stanza, di aprire una finestra.

Abitare è prendersi cura di un oggetto ma anche di una crepa; abitare è diventare paesaggio; è essere trama e tessuto.

Abitare è dare forma al nostro stare nel mondo; è cercare senso; è costruire un nido per il corpo, per lo spirito, per il disordine e per l’ordine.

Abitare è essere in relazione, non possedere ma custodire. E ascoltare.

Abitare è rispondere, è accogliere la vulnerabilità dell’altro, è costruire spazi che non escludano ma accolgano e proteggano.

Abitare è aprire una porta e sapere che dietro c’è sempre un dentro; è lo spazio tra due sedie, il corridoio che porta in Atelier, il suono del Dremel che risuona sempre uguale e sempre diverso.
Abitare è la somma di cose minime, ripetute fino a diventare invisibili.

Abitare è nominare le cose, disporle, perderle, risistemarle; è dimenticare e ritrovare.
Abitare è un atlante di luoghi minuscoli, un archivio di abitudini.

Abitare è stare in un luogo fino a quando quel luogo inizia a stare in noi.

Abitare è casa; è piazza, strada, calle e fondamenta; è fiume e paesaggio.

Abitare è il volto familiare del proprio compagno di corso; è condividere il viaggio. E le idee.

Abitare è occupare lo spazio, accudire la forma.

Occupare lo spazio, accudire la forma
Occupare lo spazio non significa invaderlo ma riconoscerne il respiro, ascoltarne i vuoti, rispettarne la memoria: ogni angolo custodisce un silenzio, ogni interstizio un’eco che attende di essere accolta. Accudire la forma è un gesto di cura che non plasma con forza ma accompagna con discrezione, come il vento che sostiene una foglia o la luce che non possiede i contorni ma li rivela nella loro essenza. È dare dignità al margine, custodire la fragilità dell’equilibrio, abitare un’etica del gesto e una grammatica del tocco.
Abitare è un vero atto di cura: un essere-nel-mondo consapevole e responsabile che si esprime tanto nel corpo quanto nello spazio che ci circonda. Abitare il mondo significa anzitutto abitare il proprio corpo, nostro primo spazio e misura di ogni relazione, è da qui che si estende la capacità di aprirsi agli ambienti, di trasformarli e percepirli come estensioni del sé e, insieme, come luoghi di incontro con l’alterità perché ogni gesto architettonico, ogni disposizione di oggetti, ogni modalità di stare è una negoziazione, una trama di relazioni che sedimenta nel tempo. In questo orizzonte filosofico, l’etica della narrazione diventa voce dei luoghi e delle storie che li attraversano: ci ricorda che lo spazio che abitiamo non è solo nostro ma è stato di altri e sarà di altri ancora. Abitare lo spazio pubblico significa allora accettarne non solo la storia ma anche l’esposizione, la responsabilità dello sguardo altrui, la possibilità di essere interpellati; riappropriarsi del diritto alla città significa rivendicare luoghi di incontro e di cura, rifiutando l’indifferenza spaziale e l’architettura del controllo.

Abitare la Comunità
Martin Heidegger definisce l’abitare come la condizione ontologica dell’essere umano, il modo fondamentale di stare sulla Terra, sempre intrecciato a relazione e significato. Abitare non è solo risiedere ma elevare lo spazio a luogo vissuto, interpretato, narrato; è dare forma alla nostra presenza. Se l’essere-nel-mondo è il gesto originario, la comunità ne è l’eco collettiva. Senza comunità, l’essere si isola; senza essere, la comunità si svuota.
Abitare la comunità significa allora costruire e preservare spazi che non siano soltanto funzionali, ma capaci di favorire il riconoscimento reciproco e la solidarietà. È vivere in un tessuto intersoggettivo, in cui il luogo non è mai chiuso né compiuto ma costantemente attraversato dalla differenza.
In questa prospettiva, abitare un’istituzione pubblica come un’Accademia di Belle Arti vuol dire immergersi in una dimensione intellettuale ed etica che è anche comunitaria. Non è soltanto frequentare aule ma partecipare a un ecosistema del pensiero, dove il sapere si edifica nella relazione e nella condivisione. Qui, l’abitare si fa coesistenza: implica ascolto, rispetto, apertura.

Abitare l’Accademia
Abitare è la forma stessa del vivere, la narrazione della nostra identità che si manifesta nella cura degli ambienti, nella disposizione delle cose, nelle scelte estetiche. Questo gesto si estende oltre le mura domestiche, fino a influenzare la qualità dello spazio pubblico – piazze, parchi, strade, scuole – e con essa la coesione sociale. Abitare gli spazi della nostra Accademia – tutti, Chiostro compreso – è abitare il mondo. È un atto poetico e politico, corporeo e simbolico, individuale e collettivo. Abitare l’Accademia significa interrogarla, ridefinirla, renderla più giusta, inclusiva, viva. Significa partecipare a una comunità epistemica dove il sapere si costruisce nella pluralità, nel confronto e nella coesistenza. Non è un’accettazione passiva ma una partecipazione attiva che implica corporeità, affettività, responsabilità.
Ugo La Pietra ci ricorda che Abitare è essere ovunque a casa propria. Il risultato è un’esistenza in cui l’individuo non è vincolato ma capace di creare un senso di appartenenza e familiarità in qualsiasi contesto, non possedere un luogo, ma trasformare il “dove” in una “casa” universale. Un concetto che ci invita a riflettere sulla nostra relazione con lo spazio, la mobilità – di studenti, docenti, personale tutto – e l’identità. In un’epoca di flussi e nomadismo, sentirsi a casa ovunque è una risorsa preziosa.

Abitare l’Accademia significa dunque viverla e trasformarla: accogliere la sua dimensione di produzione del sapere ma anche riconoscerla come spazio di resistenza, innovazione e apertura. Abitare è sempre, insieme, prendersi cura ed essere con: nel senso più pieno, responsabile e poetico.

La fase conclusiva del laboratorio occupare lo spazio, accudire la forma prevedeva una conversazione a voce libera, informale, sull’esito del progetto. Il mio ruolo, anche in questo caso, è stato minimale: mi è stato chiesto di moderare un talk tra i partecipanti (*) e gli esperti (**). Ho evitato la tentazione di proporre l’ennesima lezione sull’abitare e la cura, convinta che in quel contesto fosse giusto dare spazio alle riflessioni, all’entusiasmo e alle parole stesse dei ragazzi. Siamo stati tutti coinvolti e trascinati dalla loro capacità di motivare il lavoro e raccontare cosa significasse per loro abitare. Il foglietto con gli appunti che avevo preparato – e che ho scelto di non usare – conteneva queste riflessioni conclusive, che ora vi condivido.

Un luogo non è solo spazio: se lo spazio è l’entità geometrica, le coordinate, il metro quadro, il luogo è lo spazio caricato di significato, di memoria e, soprattutto, di relazioni. Li avrei invitati a chiedersi che cosa trasforma un quadrato di pavimentazione, questo spazio, nel chiostro (il luogo) in cui eravamo; a questa domanda, inevasa, hanno risposto raccontando la loro esperienza, le loro storie, lo hanno fatto con gli sguardi, i gesti e il progetto che hanno realizzato per il nostro chiostro.

L’atto dell’abitare non è solo occupare uno spazio fisico, coprire un bisogno primario, ma è caricare quello spazio della nostra esistenza, delle nostre intenzioni e della nostra presenza. È, appunto, accudirne la forma.

I luoghi dell’abitare comune, come questo chiostro e tutta l’Accademia, non servono solo a fare qualcosa, a parlare, lavorare, riunirsi, discutere esami e tesi, anche mangiare, ma, soprattutto, a essere qualcosa insieme. Questo è ciò che è successo nel nostro chiostro questa settimana: quando si lavora a un progetto in un luogo, quel luogo diventa la narrazione dell’essere-comune. Tutti i luoghi non sono mai statici: sono costantemente generati e rigenerati dalle nostre azioni. Questo chiostro, che è un luogo di passaggio e sosta, un intervallo tra il “dentro” (l’Accademia) e il “fuori” (la città), è una “soglia”, cruciale per l’abitare comune. Questo luogo, e questa costruzione collettiva che ora lo abita, è un luogo come verbo, non come sostantivo. È la testimonianza fisica dell’azione del “fare-insieme” e della responsabilità che ognuno di noi si assume nel prendere forma nello spazio condiviso. Questo ci riporta al senso del workshop e anche al suo momento conclusivo: trovare un posto dove abitare è, prima di tutto, costruire un posto dove essere.

Se accettiamo che un luogo è più della sua geometria, è l’accumulo di significati collettivi, i materiali invisibili che i partecipanti hanno usato per trasformare uno spazio comune in un posto dove essere sono stati le loro storie. Saranno le narrazioni future. L’atto iniziale di occupare lo spazio (prendere possesso) è passato all’imperativo successivo di accudire la forma (prendersi cura, preservare la relazione) attraverso la sostenibilità delle relazioni e delle strutture. Nel fare, hanno scoperto che le regole non scritte sono necessarie per trasformare l’occupazione individuale in abitare comune, il quale richiede una cura continua per non degenerare in un semplice spazio di transito. Il chiostro, luogo di confine e di natura ibrida, è anche un interno aperto, un intervallo tra la Scuola e la Città; il fare insieme ai tutor di Camposaz (***) ha ridefinito i limiti stessi di questo luogo: il concetto di abitare è andato oltre il chiostro, coinvolgendo altri luoghi dell’abitare comune e attori della città (non privati ma neanche totalmente pubblici, come il Patronato dei Salesiani di Venezia, che ha messo a loro disposizione le brande, oppure le trattorie che li hanno sfamati a un prezzo ragionevole e anche il coinvolgimento conclusivo di Barena Bianca). Da qui l’importanza di ridefinire continuamente i confini – mai fissi, mai scontati – per poter includere e condividere.

La qualità del lavoro che hanno presentato non è stata solo interessante ma si è rivelata una vera e propria dimostrazione di eccellenza sotto ogni aspetto. Sono stati artisti e architetti non solo di forme ma soprattutto di un’esperienza: capaci di trasformare l’idea più complessa in una realtà ricca e concreta, toccabile con mano. Hanno costruito, prima di tutto, un’armonia di intenti; la loro capacità di lavorare in team non è stata una semplice sommatoria di forze, di talenti diversi, ma una sinfonia efficace dove il successo è dipeso dalla grazia nel valorizzare ogni singolo talento in modo sinergico. Hanno saputo navigare il processo e i tempi come esperti marinai, mantenendo la rotta con una gestione ottimale, qualità che è preziosa quanto l’oro. La loro cura si è estesa oltre la materia e i dettagli del progetto: hanno accudito il lavoro dei compagni e l’intero contesto come un unico organismo, un’unica forma. L’intero percorso condiviso è stato permeato da un profondo rispetto – per l’argomento, per le persone, per le regole stabilite – un segno tangibile di un’etica del lavoro professionale che li onora. Sono stati, in un solo gesto, bravi, ingegnosi, competenti e rispettosi, un modello di come si può e si deve affrontare una sfida progettuale: attraverso la scintilla dell’impegno, la costanza della dedizione e, soprattutto, attraverso quella qualità umana e professionale che è stata la vera, luminosa sostanza che tutti loro hanno messo in campo. Anzi, in chiostro.

Davvero bravi i miei ragazzi.

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(*) Il progetto occupare lo spazio, accudire la forma è a cura di Lisa Sieni, studentessa al secondo anno del percorso magistrale di Decorazione. Oltre a lei, i partecipanti sono stati Valentina Bianco, Gionata Biarese, Lupe Brie, Lorenzo De Metrio, Silvia De Vicari, Saga Eurenius, Mariella Gentile, Ginger Jiang, Valerio Kientz, Elisa Manfrin, Chloe Motolese, Yue Ming Lin, Luisa Panareo, Noa Pane, Gudmar Soderin, Asia Valencic, Elia Valentini, Chiara Vergnano, Gaila Zanforlin, Elisa Zatta.

Il progetto è stato organizzato, inoltre, dagli studenti della Consulta e fa parte delle attività che l’Accademia di Belle Arti di Venezia promuove nell’ambito di PRISMA (Promuovere Risorse Individuali e Sociali nel Mondo Accademico – Università per il Benessere) che ha come obiettivo “favorire il benessere psicofisico di studentesse e studenti e sensibilizzare l’intera comunità accademica rispetto a forme innovative di partecipazione in grado di offrire gli strumenti necessari per vivere con più consapevolezza e attenzione i propri bisogni verso uno stile di vita nel quale gli aspetti della creatività e della condivisione sono a chiamati a giocare un ruolo sempre più determinante”.

(**) Insieme a me, che in Accademia di Belle Arti insegno Tecniche e Tecnologie della Decorazione e Disegno per la Decorazione, ha gestito il microfono Azzurra Galeota, bravissima direttrice d’orchestra di utopie urbane nonché direttrice artistica, ideatrice e presidente di Pessoa Luna Park, un progetto culturale itinerante che ha l’obiettivo super-serio di non prendersi troppo sul serio. Con il Collettivo Pessoa trasforma spazi dimenticati, abbandonati o inutilizzati della città di Napoli, ma non solo, in piccole, temporanee, fantastiche utopie. Il suo dispositivo multiforme si basa sul gioco: per rigenerare degli spazi pubblici, per fare innovazione culturale e per promuovere un’etica dell’ecologia. Dove prima c’era un vuoto o un degrado, con Pessoa allestisce architetture oniriche leggere che, in poco tempo, accendono la magia e riattivano la comunità, il tutto usando un approccio stratificato che parla a tutti.

(***) Il Collettivo Camposaz è un’associazione che organizza workshop internazionali di architettura e paesaggio focalizzati sulla progettazione e autocostruzione in legno (scala 1:1). Il loro obiettivo principale è la rivalorizzazione estetico-funzionale di aree urbane o extraurbane problematiche o degradate, spesso in collaborazione con le amministrazioni locali e le comunità. Organizzano workshop in cui un piccolo gruppo di giovani professionisti (architetti, designer, artisti) viene selezionato per progettare e costruire fisicamente installazioni o arredi urbani direttamente sul posto e con materiali locali (spesso legno); un processo collaborativo e site-specific, pensato appositamente per quel luogo. Gli esiti dei workshop sono strutture reali e funzionali, come pergolati, panchine, punti panoramici, teatri all’aperto, parchi giochi o elementi di arredo urbano. Questi interventi hanno lo scopo di trasformare l’area in un nuovo punto di incontro, sosta e attività collettive per gli abitanti di quel contesto. Quando, invece, si occupano di rigenerare territori si concentrano sulla reinterpretazione e sul miglioramento di contesti problematici. Sono interventi che mirano a creare un’architettura condivisa e inclusiva per favorirne l’uso da parte della comunità locale.