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Colleziono da sempre, anche se per anni non l’ho chiamato così, per me era più un raccattar cose. Colleziono di tutto: sassi, foglie, parole, libri, ciapapolver (*), oggetti vari, ora anche arte. Nel mio caso, ma credo non solo, questo raccattare coincide con quel gesto minimo e ostinato con cui si trattiene qualcosa dal flusso delle cose sottraendolo al proprio destino, quello, il più delle volte, di scomparire. Elio Grazioli, ne La collezione come forma d’arte, scrive che il collezionista soddisfa “l’impulso che noi tutti possediamo, in forma forse più lieve, di circondarsi d’oggetti che trasformano lo spazio, facendolo diventare un luogo magico”. È un impulso che riconosco piuttosto bene, che è poi quello di costruire, con ciò che si sceglie di trattenere, un mondo dentro il mondo — per usare la formula di Krzysztof Pomian che lo stesso Grazioli riprende — un mondo il cui unico scopo è offrirsi allo sguardo, il proprio e quello di chi verrà dopo.

Il collezionismo, però, prima ancora che gesto estetico, è passione, e la passione, per sua natura, chiede di essere condivisa. È proprio da questo desiderio che nasce AVAC, Associazione Vicenza Arte Contemporanea, costituitasi a Vicenza nel giugno del 2025 per iniziativa di Novelio Furin e di un gruppo di collezionisti e appassionati. L’obiettivo di AVAC non risiede tanto, o unicamente, nell’esigenza di esporre, quanto in quella di aprire, di condividere con la città, di far uscire dalle case dei collezionisti ciò che fino ad allora era rimasto affidato a uno sguardo privato. Il suo statuto fondativo è chiaro su intenzioni e obiettivi e parla “di un rapporto di stima e amicizia” e “di una riflessione sul collezionismo e su quali piaceri, privilegi ma anche responsabilità esso comporti”. Il progetto, dalla carta, è passato ai fatti – grazie all’attenzione dell’Amministrazione Comunale – e ha trovato una sede stabile a Palazzo Thiene, una delle architetture palladiane più rilevanti della città, da poco entrata nel sistema museale vicentino e oggi tappa di un percorso che comprende il Museo Civico di Palazzo Chiericati, il Teatro Olimpico e la Basilica Palladiana.

C’è qualcosa che lega, quasi naturalmente, questo progetto al pensiero di Elio Grazioli: il critico individua uno spartiacque preciso nella storia del collezionismo contemporaneo, il momento in cui il collezionista comincia a comportarsi come un artista, a costruire, attraverso le proprie scelte, una forma-pensiero, e l’artista comincia, dal canto suo, a esporre le proprie collezioni come opere. La collezione smette così di essere un semplice accumulo privato e diventa linguaggio, gesto pubblico, forma condivisibile. Ed è proprio quello che AVAC si propone di fare, portando fuori dalle case — e dentro un palazzo palladiano — ciò che fino a ieri esisteva solo nello sguardo privato di chi lo possedeva.

 

Tano Festa, Coriandoli di Tano Festa, 1986 – Acrilico e coriandoli su tela, 130×160

La seconda mostra dell’Associazione è “L’arte fa vivere”. È una mostra — di cui non riassumerò ogni singola opera, questo lo fa bene il curatore sul sito di AVAC — che rende visibile, opera per opera, la mano del Collezionista, il ritratto di uno sguardo, non certo una rassegna cronologica o critica. Bastano, per me, tre presenze a definirne la temperatura: i “Coriandoli” di Tano Festa, posati sulla tela come la traccia fisica di un evento vissuto; il “cancello” di Gino De Dominicis, enigma sospeso di un artista che ha fatto della propria vita un’opera; e, soprattutto, lui, Mario Schifano — la scelta più rivelatrice — pittore dell’urgenza, sempre proteso verso il segno che ancora deve formarsi, l’artista con cui l’ignoto Collezionista condivide un’affinità sicuramente intensa. È in queste tre opere che leggo l’intero principio della sua collezione, frutto della ricerca di un’arte che non è la dimostrazione di un’idea ma, invece, ed è veramente ben chiaro, il prolungamento diretto dell’esperienza. Il senso del titolo, L’arte fa vivere, sta tutto qui.

 

Una curiosità inesauribile a cura di Sandra e Giancarlo Bonollo – Veduta della mostra, Palazzo Thiene, Vicenza – Maggio, settembre 2026

Cronologicamente, però, tutto era partito a maggio, quando AVAC aveva inaugurato il suo ciclo con la prima mostra, Una curiosità inesauribile. Due mostre, dunque, due collezioni, due modi radicalmente diversi di guardare l’arte. L’arte fa vivere, nella mia personale lettura di sole tre opere delle venti esposte, restituisce un principio unitario, quella ricerca costante di un’arte che sia il prolungamento diretto dell’esperienza. Nella prima mostra, invece, Sandra e Giancarlo Bonollo raccontano l’esatto contrario, raccontano una collezione che rifiuta ogni limite, che accoglie dissonanze e contraddizioni invece di risolverle, che spazia dal disegno all’installazione ambientale senza mai fissarsi su un’identità riconoscibile. Non a caso il curatore parla di una collezione che è essa stessa “un’opera d’arte contemporanea”, proprio perché elude la tentazione di somigliare a se stessa. Leggo queste due collezioni come due ritratti agli antipodi — l’ossessione del riconoscimento da una parte, l’ospitalità verso l’eterogeneo dall’altra — eppure entrambe confermano, ciascuna a proprio modo, quell’idea di collezione come forma-pensiero, come autoritratto involontario di chi sceglie, di cui scrive Grazioli. Ed è proprio in questa distanza che si misura il senso più vero del progetto di AVAC: l’Associazione non è nata per imporre un canone o un gusto condiviso, ma — come recita il suo stesso statuto — per costruire una comunità di persone che, “pur nella diversità di sensibilità e scelte”, riconoscono nell’arte contemporanea un terreno comune.

Collezionare — vale per me, vale per l’ignoto Collezionista de L’arte fa vivere, vale per Sandra e Giancarlo Bonollo, e varrà per tutti i collezionisti che AVAC incontrerà — è sempre un modo di raccontarsi. Che si cerchi nell’opera lo specchio di sé o, al contrario, tutto ciò che di sé non si conosce ancora, il gesto resta sempre lo stesso: trattenere qualcosa dal flusso delle cose per farne, qualche volta senza saperlo, un autoritratto.

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(*) Un ciapapolver, dal dialetto trentino, è un oggetto, principalmente un soprammobile, che non ha alcuna utilità se non quella di attirare su di sé la polvere. (PS: anche la polvere, a un certo punto, entra nello statuto dell’arte ma questa è un’altra storia…)

Immagine in evidenza: Gino De Dominicis, Senza titolo, 1996 – Olio su tela, 100×70