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Dopo la pausa estiva, tra sentieri di montagna, camminate in città e bagni di mare, è naturale ricominciare a guardare (*). Ecco, allora, che si torna, oltre che a lavorare, a frequentare mostre, spazi e opere con quell’attenzione che, complice nel mio caso la spiaggia di Ca’ Savio, avevo lasciato in sospeso. Ed è proprio questo rientro nel quotidiano che mi ha fatto incontrare, a Thiene, dove ha sede la Fondazione Bonollo, il lavoro di Kate Newby. Il complesso delle Dimesse, costruito intorno al 1720, con la sua abbondanza barocca di stucchi, nicchie e marmi e l’ampliamento contemporaneo accanto, fatto di pareti bianche e luce al neon, è davvero un contesto perfetto per il lavoro di questa artista dove si legge con chiarezza la sua pratica: Kate Newby parte sempre dal luogo, dalla sua storia, da come veniva e viene usato, da come vi dialogano la luce e la sua controparte, l’ombra, e, infine, l’aria stessa. Ed è un dialogo, quello di Newby, che mette in discussione il confine tra ciò che appartiene all’opera e ciò che appartiene allo spazio che la accoglie. L’opera non è, quindi, soltanto ciò che l’artista aggiunge ma, anche, ciò che riesce a rendere visibile, udibile o percepibile ciò che era già presente; per questo il suo intervento non è semplicemente minimo, ma cerca di rendere attive le condizioni del luogo, di farle partecipare al lavoro. Le sue opere, come sempre, non si impongono allo spazio, che qui ha una presenza forte e una storia propria; piuttosto vi entrano in relazione, rendendone leggibili le dinamiche: tra interno ed esterno, tra un oggetto e ciò che lo circonda, tra chi guarda e il posto in cui si trova. È un lavoro che, letteralmente, abita lo spazio, una pratica che parte da ciò che lo compone – pavimenti, vetri, soglie, materiali raccolti nei dintorni – e interviene attraverso spostamenti minimi, diventando, appunto, parte del luogo.

Lavorare con le cose che compongono uno spazio vuol dire allora riconoscere che nessuna cosa è mai neutra, ognuna ha un uso, una sua storia e una propria condizione; lo spazio dell’opera, allora, si abita (**) nel modo in cui queste cose vengono disposte, usate e lasciate in relazione tra loro. Questa lettura fondamentale riguarda da vicino il mio lavoro in Accademia, con i miei studenti, perché lavorare con le cose significa imparare a riconoscere materiali, superfici e condizioni di un luogo prima di intervenire: che cosa c’è, come viene usato, che cosa regge e che cosa cede. La pratica di Kate Newby offre un modello di metodo più che di stile; il suo lavoro mi interessa non tanto come esempio da seguire ma come esercizio di attenzione: quell’osservare a lungo, quell’intervenire poco, accettare che il luogo e i materiali partecipino al risultato. Per noi che ci occupiamo di decorazione, abitare uno spazio diventa allora un esercizio concreto, significa prima leggerlo, poi rispondergli, infine lasciare che le cose dialoghino tra loro.

Kate Newby, Fondazione Sandra e Giancarlo Bonollo, ex chiesa delle Dimesse (particolare)

Ma torno sul pezzo: la mostra alla Fondazione Bonollo, The leaves were brighter than the grass, a cura di Ida Simon-Raynaud. Nei quattro interventi ospitati, Newby lavora, a mano, con ceramica, vetro e tessuti, insieme a oggetti raccolti. Le opere intervengono nello spazio senza occuparlo, ne cambiano la percezione, con il pubblico che è parte dell’opera perché la cammina, la attraversa, la sfiora. Ai piedi dell’altare, proprio appena entrati, si è accolti da migliaia di piccole se non piccolissime “pozzanghere” in porcellana e vetri colorati, quasi un’offerta lasciata dal mare. La curatrice scrive di anti-reliquie che non hanno nessuna pretesa di sacralità. Adiacenti alla cappella, nello spazio contemporaneo, le altre tre installazioni: “pozzanghere” in gres più grandi, un carillon a vento blu e una tenda di vetro e bronzo percorsa da corde, sotto cui, timidamente, rispettosamente, si passa.

Nella parte barocca del complesso, la cappella, Newby procede per abbondanza e accumulo; lavora, invece, per sottrazione e misura negli spazi adiacenti, quelli interessati dall’intervento architettonico recente. Tutte le sue sculture portano le impronte delle mani, delle dita, a volte di gomiti e ginocchia; è la traccia a riscrivere il monumento: le sue sculture si insediano nell’architettura per un tempo preciso, come l’ornamento per una grande occasione e, con la loro presenza, aggiungono uno strato alla memoria del luogo. Giancarlo Bonollo ha paragonato l’allestimento della mostra a un rituale, e devo dire che sono d’accordo, perché la concentrazione con cui Newby ha disposto le opere, a detta del collezionista – e vale per molti artisti –, è molto vicina alla pratica contemplativa di un mistico.

Quello che questa mostra chiede a chi la attraversa è ciò che chiedo sempre ai miei studenti: prima di decidere che cosa fare, guardate che cosa c’è già. Abbiamo forse già abbastanza di tutto: abbastanza materia, abbastanza immagini, abbastanza oggetti, abbastanza superfici da decorare. Allora il problema non è aggiungere ma imparare a riconoscere. Mi piace pensare ad «abbastanza» come a un metro di misura che non ci dice di smettere di fare ma di guardare prima di fare. La tecnica serve anche a questo, a sapere che cosa un materiale può fare in un luogo e che cosa il luogo può fare a lui; la tecnica serve a capire quanto fare, non a fare di più. È qui che il lavoro di Kate Newby incontra più da vicino il mio modo di intendere la decorazione: una pratica che sa riconoscere che un luogo possiede già materiali, forme, storie e condizioni sufficienti a generare un’opera e che sa distinguere quando qualcosa è già «abbastanza» e quando, invece, è necessario intervenire. Riempire uno spazio non è sufficiente, bisogna capire che cosa contiene, che cosa racconta, che cosa chiede. A volte è necessario aggiungere, altre volte spostare, sottrarre, lasciare passare l’aria, far emergere qualcosa che c’era già. E altre volte basta guardare.

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(*) Perché usare il verbo guardare invece di vedere. Vedere è percepire, è un fatto in larga parte involontario perché gli occhi ricevono ciò che c’è; si può vedere senza cercare niente. Ha anche un’accezione estesa: “ho visto”, nel senso di “ho capito”, indica un esito, un riconoscimento. Guardare, invece, è un atto. Si dirige lo sguardo verso qualcosa, si sceglie, si presta attenzione. Guardare richiede una decisione, richiede tempo; si può guardare senza vedere, come quando si fissa qualcosa pensando ad altro. Guardare è ciò che si fa, vedere è ciò che si ottiene. Questa distinzione, per me fondamentale, è, appunto, una pratica di attenzione, come quella che attribuisco a Kate Newby: è quella pratica che passa dal guardare per arrivare a vedere.

(**) Quando scrivo che “lo spazio dell’opera si abita”, mi riferisco a un atto preciso che non è di occupazione ma di ascolto. Abitare uno spazio, sia esso un’architettura, una stanza o un foglio, significa prima di tutto riconoscerne la voce, la storia e i materiali preesistenti, significa entrare in sintonia con ciò che c’è già, accettando che il contesto partecipi al risultato. Per me è una pratica di misura e sottrazione. Spesso pensiamo al fare artistico o progettuale come a un aggiungere continuo., ecco che abitare uno spazio in modo consapevole significa invece saper dire “basta”, riconoscere quando i materiali, le forme e la luce sono già sufficienti, limitandosi a piccoli spostamenti, sottrazioni o sguardi attenti per far emergere ciò che era nascosto. E non è mica facile!

PS: le due immagini di questo articolo sono di proprietà della Fondazione Bonollo.

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Kate Newby – 1979, Auckland (Aotearoa, Nuova Zelanda) – vive e lavora in Texas. È stata insignita del Walters Prize (2012), del Joan Mitchell Foundation Painters & Sculptors Grant (2019) e dell’Ettore Fico Prize (2022). Tra le recenti mostre personali figurano I’m asking, Museum Folkwang, Essen (2026); Hours in wind, Museum of Contemporary Art Australia, Sydney (2024); anything, anything, Klosterruine, Berlino (2024); SHE’S TALKING TO THE WALL, Te Papa Tongarewa, Wellington (2023); e I can’t nail the days down, Kunsthalle Wien (2018). Ha partecipato alla 21ª Biennale di Sydney (2018) e alla 16ª Sharjah Biennial (2025).